Rassegna Stampa

Vialli: “Amo il modo di ragionare di Pallotta sulla Champions. E’ quello che ci riporterà in alto”

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 30-08-2014 - Ore 09:05

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Vialli: “Amo il modo di ragionare di Pallotta sulla Champions. E’ quello che ci riporterà in alto”

Gianluca Viallirimase sorpreso quando Andrea Agnelli fece anche il suo nome come possibile presidente della Federcalcio?
«Solo in parte. Sapevo che gli piaceva l’idea di un presidente alla Platini o alla Rummenigge, un ex giocatore preparato, umile ma dotato di una visione, e ovviamente sapevo anche della sua stima. Ma in termini operativi non ne avevamo mai parlato». 

E’ stato tentato, in quei giorni? Era luglio, mancava un mese all’elezione.

«Non ho pensato di concorrere, ma è vero che da qualche tempo i temi di politica sportiva mi interessano più delle discussioni sul 4-4-2. In tutti questi anni a Sky mi sono sentito un allenatore chiamato a commentare le partite, ora avverto invece il richiamo di figure come Boniperti o, per venire all’attualità, Leonardo. Ex giocatori diventati ottimi dirigenti». 

Di club. Le piacerebbe provare?

«Sarebbe interessante, la possibilità di applicare le tue idee lo è sempre. Stasera inizia su Sky un’inchiesta in quattro puntate sulla crisi del calcio italiano, “Codice Rosso”, e lavorandoci ho capito diverse cose. Questo è un momento molto grave, occorrono persone in grado di prendere decisioni per il bene comune. Per darle un’idea il mio gran capo ideale sarebbe un manager all’americana, quello che David Stern è stato per il rilancio della Nba: uno che ascolta tutti e poi decide, assumendosene la responsabilità. Troppi vincoli uccidono la democrazia». 

Concorda sul fatto di aver vissuto l’epoca più bella del nostro calcio, quella dei tre stranieri per squadra?

«Senza dubbio. Premesso che all’interno delle regole ciascuno deve essere libero di lavorare come vuole, e dunque massimo rispetto per l’Udinese che ha creato un modello sano e sostenibile andando a caccia di giocatori in tutto il mondo, io tornerei volentieri al calcio degli anni 80: lo puoi fare per scelta, anche se il regolamento non te lo impone. Meglio una rosa con tre stranieri da dieci milioni che una con trenta stranieri da un milione, per un discorso di qualità e perché lo spazio per gli italiani va ritrovato al più presto. Ora ripartirei subito dalle regole della Champions, con un numero obbligatorio di giocatori “nativi” e un altro di ragazzi cresciuti nel tuo vivaio». 

Perché a parole tutti invocano lo spazio per i giovani italiani, e nella pratica tutti li boicottano?

«Perché l’assurdo viavai di stranieri permette al sistema di sfamare tante bocche in maniera illecita». 

Questo si chiama parlar chiaro. In quanto tempo se ne può uscire?

«Il check-up che abbiamo fatto per la trasmissione dice che la temperatura è alta. Dobbiamo piantare nuove pianticelle consapevoli che gli alberi se li godranno i nostri figli, e non è facile. Io tornavo da scuola e correvo da solo all’oratorio, dove giocavo fino a sera: sei ore di calcio al giorno, capisce? Ora gli oratori sono vuoti e le strade sono pericolose: una mamma porta il figlio alla scuola calcio tre volte alla settimana, fai anche due ore, sono sei alla settimana contro le mie sei al giorno. L’unica chance è che gli istruttori, con la loro qualità, riescano a massimizzare il poco tempo di cui dispongono». 

Le è piaciuta la scelta di Conte per la Nazionale?

«Sì, e mi sono piaciute moltissimo le parole di Antonio sulla precedenza all’uomo. Dopo l’eliminazione al Mondiale ho sentito troppi distinguo personali: per la maglia azzurra devi essere disposto a tutto, io sento ancora il peso della rinuncia che feci a suo tempo. Anche qui, il calcio è cambiato in peggio: oggi il giocatore è un’azienda individuale preoccupata di curare il suo brand. Quando segni un gol devi avere voglia di ricevere l’abbraccio dei compagni, non farti largo perché hai brevettato un balletto da eseguire in solitudine. Bisogna tornare indietro, sì». 

Per il bene della Nazionale i trasferimenti all’estero dei nostri giocatori migliori, da Balotelli a Immobile per risalire fino a Verratti, sono buone notizie. Vero o falso?

«Sarebbe vero, ma non possiamo ridurci a pensarla così. Bisogna salvare anche il campionato: lo vedo livellato verso il basso, ma più equilibrato. Sarà divertente fin dalle prime partite, che non saprei pronosticare. La Juve di Conte era un blocco unico e compatto composto da società, allenatore, squadra e tifosi; ora che un pezzo se n’è andato, vedremo se Allegri riuscirà a ricreare quella simbiosi. In ogni caso le altre squadre ora credono di poter competere, e questo è già importante». 

Quali di loro ne hanno la possibilità tecnica?

«Naturalmente la Roma, il modo in cui gioca Garcia a me piace molto. Poi la Fiorentina, che mi sembra rinforzata, e l’Inter, il cui mercato mi ha convinto. Medel e M’Vila sono giocatori che potrebbero ripetere la fantastica parabola di Vidal alla Juve: gente che arriva preceduta da una fama discreta, e che poi si dimostra superiore al previsto di due categorie. All’Inter voglio dare un suggerimento visto che sta trattando un attaccante esterno, come sempre all’estero. Pensi a Bonaventura, che è molto bravo ed è italiano». 

Cosa si aspetta dal Milan?

«Un nuovo inizio. Non gioca le coppe, e sappiamo che è un vantaggio; Inzaghi lo sfrutterà dando alla squadra il suo entusiasmo. Il calcio si può fare in tanti modi, ma spesso viene meglio con chi da ragazzo andava a dormire col pigiama della squadra. Pippo è questo». 

Chiudiamo con i sorteggi della Champions. Cosa dobbiamo aspettarci?

«Di non vincerla. Premesso questo, amo il modo di ragionare di Pallotta, che contro Bayern e City vuole divertirsi a competere. Ha ragione, è il modo giusto di prenderla, quello che ci riporterà in alto. La Juve ha qualche responsabilità in più, almeno il girone lo deve passare. Giochi con coraggio, il resto verrà di conseguenza». 

Fonte: Gazzetta dello Sport/P.Condò

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