Rassegna Stampa

Zeman: «Ciao Serie A cerco un’altra isola felice»

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 16-06-2015 - Ore 06:52

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Zeman: «Ciao Serie A cerco un’altra isola felice»

GAZZETTA DELLO SPORT – DI CARO - In Svizzera l’ennesimo capitolo di una storia infinita Lugano : panchina vista lago. Ci sono scelte che possono sembrare ai più un fine corsa. Ma chi conosce da 20 anni ogni sua ruga di espressione e quella smorfia tra una boccata e l'altra di una sigaretta, sa distinguere una resa dall’ennesima sfida. Peccato però non vedergliela affrontare in Italia, continuando a far discutere zemaniani e anti-zemaniani. Con i primi che lo chiamano Maestro e se qualcosa non va la colpa è sempre di dirigenti ottusi, giocatori scansafatiche, congiure. Ma mai di “Sdengo”. E i secondi a snocciolare i flop, a sminuire goleade epiche, a negare l'arte di scoprire e lanciare talenti. Non ci sarà mai punto d’incontro. Perché una parte non gli perdonerà mai le sue battaglie fuori campo. E l’altra ritiene “essere zemaniano” una filosofia di vita. E se lo sei davvero, lo sei per sempre. Lugano: gradoni, sovrapposizioni tagli e 4-3-3. Si ricomincia.

Zeman, a 68 anni stupisce ancora: Lugano. Ma dopo le esperienze di Roma e Cagliari, non le è passata la voglia di allenare? «No, non mi è passata. Anche se negli ultimi anni ho trovato grosse difficoltà nel fare calcio secondo le mie idee e ho avuto problemi sia con le dirigenze che con alcuni giocatori. Eppure penso alla Roma di aver fatto un grande lavoro, valorizzando giocatori come Florenzi, Marquinhos, Lamela, Romagnoli, e facendo rendere Osvaldo come mai prima e dopo».

A Cagliari però il bicchiere mezzo pieno non è proprio possibile vederlo...

«Mi spiace non essere riuscito a dare soddisfazione a tanti tifosi che ci credevano come me».

La valorizzazione dei giocatori non c’è stata, eppure aveva costruito lei la squadra.

«Questo è solo parzialmente vero. Sono arrivati anche giocatori che non conoscevo e su altri non ero d'accordo. Ho provato a farli rendere. Nella prima parte della stagione siamo andati bene sul piano del gioco, ma non dei risultati».

Nella seconda sono mancati l’uno e gli altri. Perché è tornato dopo l’esonero?

«Perché pensavo che la squadra potesse seguirmi. Ma dopo la prima partita con l'Empoli hanno ricominciato a giocare di testa loro. E allora ero inutile: ho preferito dimettermi».

E il Cagliari ha cominciato a vincere e far punti.

«Se nelle ultime 7 partite la penultima fa più punti della seconda e l’ultima regala tante sorprese, qualcosa non torna...».

I suoi detrattori vedono Lugano come un esilio: non ha ricevuto offerte dall’Italia?

«Soltanto un mese fa avevo dato la parola al presidente Sebastiani, che insisteva per riportarmi al Pescara. E ho rifiutato di parlare con altre quattro squadre che mi volevano offrire la panchina.

Ad ascoltare altre proposte non si fa peccato. «Quando do la mia parola per me vale come una firma. Non è la prima volta che chi ho davanti ragiona in maniera differente. Ne resto deluso, ma non per questo cambio modo di agire. Ancora fino a martedì scorso Sebastiani mi ha ripetuto: lei è il nuovo tecnico. Poi ha cominciato ad elogiare il lavoro di Oddo, quindi non ha risposto più al telefono e alla fine mi ha fatto arrivare una proposta indecente...».

Zeman come Demi Moore? «Non proprio perché a lei nel film offrivano un monte di soldi, a me invece hanno chiesto di lavorare gratis adducendo come motivo che i tifosi non mi volevano. Ma le persone che conosco a Pescara mi dicono il contrario».

Beh qualche tifoso ancora arrabbiato dopo il suo addio di tre anni fa magari c'è davvero...

«Lasciai il Pescara in A per andare alla Roma. Qualsiasi professionista avrebbe fatto lo stesso».

A lei piacciono i ritorni: Foggia, Lecce, Roma. Perché voleva tornare a Pescara?

«Volevo ripartire da dove avevo finito e con Pavone d.s. ero sicuro di costruire la squadra giusta».

Ha pensato un attimo di accettare la proposta-provocazione di Sebastiani?

«No, e non per soldi. Non ha futuro un rapporto o una società gestita così. Ed è la seconda volta che mi capita in sei mesi. Anche a Cagliari a dicembre mi proposero di rimanere se avessi rinunciato allo stipendio. Si vede che così funziona il calcio in Italia oggi».

E in Svizzera come funziona? «Da noi le società partono e non sanno se finiscono il campionato. Lì se non garantisci prima il pagamento ai dipendenti e un bilancio sano non ti fanno proprio partire».

Cosa cerca a Lugano: un’isola felice?

«Cerco un posto dove fare buon calcio, dove ci sia il rispetto dei ruoli, delle regole e una gestione corretta della società. Le premesse ci sono, voglia ed entusiasmo sono le stesse di vent’anni fa».

Però rispetto alle denunce del 1998 sembra una pena del contrappasso: è finito nella patria degli uffici finanziari...

«Ma la gente non si lamenta delle banche svizzere, si lamenta di quelle italiane (sorride, ndr). Il problema non sono le banche in sé. Lo diventano se gestiscono più club».

Super League che inizia il 17 luglio, stop invernale, dieci squadre che si incontrano 4 volte...

«L’importante è giocare bene e far divertire la gente. Lugano è un gioiello e poi si parla italiano: spero di fare capire la mia idea di calcio a giocatori, tifosi e società. Non mi sento declassato, dal calcio svizzero sono arrivati in Serie A tanti giocatori e allenatori, da Shaqiri fino a Paulo Sousa».

Sarà più vicino al suo estimatore Guardiola.

«Ho accettato con piacere il suo invito a vedere il Bayern. Ricambierò a Lugano, sperando di fargli vedere un buon calcio».

Fonte: GAZZETTA DELLO SPORT – DI CARO

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