Rassegna Stampa

Zibì Boniek: "Quella notte giocai contro me stesso"

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 27-05-2015 - Ore 09:50

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Zibì Boniek:

IL FATTO QUOTIDIANO / P.ZILIANI - "Quando mi dicono che giocare quella partita contro il Liverpool fu un errore gravissimo, io faccio fatica a rispondere: perché anche adesso che sono passati 30 anni, ricordo che quella partita non la giocai contro gli inglesi, la giocai contro me stesso”.

Cinquantanove anni, da 3 stagioni presidente della Federcalcio polacca (“Vogliamo qualificarci per gli Europei e qui in Polonia, dopo il 2-0 alla Germania campione del mondo, prima volta di sempre, c’è un entusiasmo che nemmeno a Napoli ai tempi di Maradona”),  Zibì Boniek, il “bello di notte” della Juventus dell’Avvocato Agnelli, la parlantina sciolta di sempre, la notte dell’Heysel non l’ha certo dimenticata.

Perché quella partita venne giocata?

"Perché anche se noi non volevamo, ci dissero che non giocare avrebbe provocato, là fuori, la guerra civile. E allora come fai in un minuto, in un clima di delirio, a decidere che quello che ti viene detto è giusto oppure è sbagliato? Criticare i comportamenti a cose compiute è facile: ma esserci dentro è maledettamente difficile. Una partita giocata contro se stesso, diceva. Sì. Dopo pochi minuti la palla va in fallo laterale, oltrepasso la linea e mi paralizzo perché ci sono dieci poliziotti con dieci rottweiler che mi ringhiano contro. Torno in campo, mi rimetto a correre e mentre corro ci sono tre pensieri fissi, stampati nel cervello, che mi martellano. Li ho ancora incollati nella mente, non se ne sono mai andati. Pensiero numero 1: ma a che ora sto giocando questa partita? Pensiero numero 2: ma perché la sto giocando? Pensiero numero 3: proprio qui, a pochi passi da me, qualcuno è appena morto perché voleva vedermi giocare. E contro questi pensieri ugualmente gioco. Tre volte incazzato con me stesso. Perché mi hanno detto che è giusto farlo".

La cosa meno comprensibile fu forse l’esultanza di molti di voi dopo il rigore trasformato da Platini, l’esultanza alla consegna della Coppa.

"Allora. Noi siamo calciatori di professione, siamo della Juventus e due anni prima abbiamo perso la Coppa dei Campioni in finale contro l’Amburgo. Negli spogliatoi, quella sera, abbiamo giurato: vinciamo subito il campionato e l’anno dopo conquistiamo la Coppa. Ce la facciamo, torniamo a giocarci una finale. Ma capita che un’organizzazione criminale scelga per la finale uno stadio schifoso e sistemi gli hooligans accanto agli juventini. E succede la tragedia. Noi ci rendiamo conto di tutto, sappiamo che ci sono dei morti e nessuno vorrebbe giocare: ma ti dicono che devi farlo e allora che fai? Scendi in campo e rimani fermo? Rivendico di aver scelto di giocare quella partita con tutto il mio impegno e tutte le mie forze. Potevamo evitare di esultare? Forse, ma dirlo è facile, più complicato è trovarsi a giocare nella disperazione più assoluta con il sangue che pulsa, i battiti che sono a 180 e il dovere e l’istinto che ti dicono di fare fino in fondo il tuo dovere. No, lo scandalo fu quel che successe prima: non quello che successe dopo".

Del lungo e tormentato pre-partita che ricordi ha?

"Ricordi brutti. Eravamo tristi e anche molto preoccupati: ‘Io ho fatto venire tutti i miei parenti’, diceva uno; ‘Io ho regalato dieci biglietti a una compagnia di amici’, diceva un altro. Ripeto: sapevamo che c’erano stati dei morti. E come andò il dopo-partita? Vuole saperlo? Io dei 39 morti e della misura, enorme, della tragedia seppi solo la mattina dopo. Finita la partita lasciai lo stadio e raggiunsi l’aeroporto da solo perché l’indomani avrei dovuto giocare con la Polonia una partita in Albania. Era stata programmata giovedì alle 2 del pomeriggio proprio in previsione del mio impegno nella finale di Coppa dei Campioni. C’era un volo charter che mi aspettava con due dirigenti: partimmo, arrivammo a Tirana alle 5 del mattino e non ci fecero atterrare perché l’aeroporto apriva alle 7. Ci dirottarono su Bari, arrivammo, andai a fare colazione, presi i giornali e lessi: “39 morti”. Solo allora capii l’enormità della tragedia in cui ero stato precipitato. Con quel boccone nello stomaco, risalii su un aereo, sbarcai a Tirana e alle 2 del pomeriggio giocai Albania-Polonia. Grande dolore ma non senso di colpa, quindi. Sa cosa penso? Che non fu nemmeno colpa degli hooligans. Il delitto lo commisero gli organizzatori che li sistemarono accanto agli italiani, lo commise l’Uefa che scelse uno stadio vecchio e cadente con i muri che si sbriciolavano e le ringhiere che cedevano. Prendersela con Platini che esultò dopo il gol è una cattiveria. Tutti noi portiamo il ricordo di quella notte con la morte nel cuore. Io feci quello che mi fu possibile: e destinai il premio-partita, che era un premio altissimo, di 100 milioni di lire, alle vittime della strage. Poi hanno cominciato a passare gli anni, e oggi sono 30 e ogni volta vorresti che il ricordo non ci fosse più, vorresti aver vissuto solo un brutto sogno. Invece no. Sono qui, a Varsavia, e la sua telefonata mi ricorda che 39 persone morirono un giorno per essere venuti a vedermi giocare. Una partita di pallone".

Fonte: Il Fatto Quotidiano - Ziliani

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giovanni boccardi 28/05/2015 - Ore 19:25

Sono d'accordo co Boniek

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