Rassegna Stampa

“L’Italia ormai gioca nell’indifferenza devono scendere dal piedistallo”

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 03-09-2015 - Ore 08:03

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“L’Italia ormai gioca nell’indifferenza devono scendere dal piedistallo”
LA REPUBBLICA - INTORCIA - Paolo Rossi, capocannoniere al Mundial ’82, perché la Nazionale sta perdendo fascino e identità?
«È un fenomeno difficile da capire, anche se stavolta il blasone dell’avversario non aiuta a richiamare pubblico allo stadio. Ai miei tempi la partita dell’Italia era l’evento: riuniva il Paese, non c’era una gara che potesse offuscarla. Adesso cresce l’indifferenza: bisognerebbe scomodare uno psicologo, un sociologo, un esperto di costumi. C’è più attenzione alle coppe o al calcio estero. Ma io penso ancora che questa squadra debba essere sempre amata in modo incondizionato, al di là della fede di club. Rappresenta uno dei pochi momenti di unità nazionale».
Prandelli prima e Conte adesso lamentano la scarsa disponibilità dei club verso la Nazionale vissuta come un fastidio durante la stagione.
«E questo è molto strano. Si ragiona sul piano patrimoniale e si bada solo al rischio infortuni, eppure esiste anche una valorizzazione economica del giocatore che veste l’azzurro. E poi il prestigio, l’orgoglio, vuoi mettere? Io quando infilavo la maglia chiudevo gli occhi e realizzavo che stavo unendo il Paese, da Bolzano a Messina. Dovrebbero essere più decisi anche i singoli azzurri: in Nazionale si va anche a piedi, se il ct chiama si corre».
Come si vince l’indifferenza?
«Lavorando sul marketing, con azioni di promozione fra i ragazzi e le famiglie, andando nelle scuole. Immagino che la Federazione lo stia già facendo ma serve ancora qualcosa in più. Lancio un’idea: perché non trovare dei momenti in cui i tifosi, possano stringere la mano agli azzurri, vederli da vicino, parlare con loro? Già nei club vengono blindati e la gente li percepisce lontani: almeno in Nazionale portiamoli giù dal piedistallo, rendiamoli umani, tangibili, apriamo qualche porta».
Quest’Italia si aggrappa ancora ai grandi vecchi del 2006: Buffon, Pirlo, De Rossi. C’è una crisi di leadership?
«La vittoria del Mondiale è stata un punto d’arrivo, invece doveva essere un punto di partenza. Nei cicli successivi tanti giocatori non sono riusciti a lasciare traccia, gli ultimi campioni del mondo sono anche gli ultimi ad avere appeal nella gente. Ma è anche vero che un successo ti aiuta molto a essere ricordato nel tempo, è accaduto in fondo anche a noi. E poteva capitare a qualcuno degli attuali azzurri se avessero vinto l’Europeo di tre anni fa».
L’Italia ha avuto sempre abbondanza e atroci dualismi in avanti, ora fatica a trovare un attaccante titolare riconoscibile: i 9 convocati hanno segnati, tutti insieme, 9 gol con l’Italia.
«Vero, è un problema. Paghiamo la scelta, negli ultimi anni, di costruire centravanti di manovra, che fanno le cose più semplici, tornano a centrocampo, aiutano la squadra. Ma il bello, e il difficile, è saltare l’uomo, prendersi dei rischi, tentare la giocata. D’altra parte, fra le punte che abbiamo ora ognuna ha avuto i suoi ostacoli sul cammino. Immobile dopo una grande annata al Toro ha trovato enormi difficoltà a Dortmund e ora prova a ripartire da Siviglia, Zaza era il volto nuovo ma sta giocando poco e vive una fase di appannamento. E poi Balotelli… E’ in empasse, ma è un uomo che vale ancora la Nazionale ».
Lei lo richiamerebbe?
«Non è fattibile, in questo momento. Deve guadagnarsi l’azzurro sul campo. Ma io credo possa ancora rientrare nel gruppo».

Fonte: LA REPUBBLICA - INTORCIA

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