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La rivoluzione? Oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente

condividi su facebook condividi su twitter 08-10-2016

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La rivoluzione? Oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente

BLACK CARPET - PIERO TORRI - Era rimasto solo. Basta questa considerazione per capire come l'avventura di Walter Sabatini non potesse più continuare. Del resto, a guardare bene, era già finita prima che diventasse ufficiale. Era rimasto solo rispetto alla prima Roma americana, quella che si era presentata con l'ambizione di voler mettere in pratica una rivoluzione culturale senza precedenti, dimenticando come in questo paese senza valori la parola rivoluzione sia sempre rimasta solo e soltanto sui libri di storia. E quella rivoluzione fallita, è stato il mea culpa più esplicito che Walter Sabatini ha fatto nel corso della sua ultima conferenza stampa in giallorosso. Vero. Ma c'è di più e di peggio. Perché quella rivoluzione annunciata è durata appena lo spazio di qualche mese, presa a picconate già durante la prima stagione a stelle e strisce con la complicità di imbecilli e corrotti che possono vantare solo l'attenuante generica di essere stati colpiti da paralisi mentale da quando erano in culla.

Quella rivoluzione, in effetti, era abortita da un pezzo. Ricapitolando: Thomas Di Benedetto presidente è durato lo spazio di un'annata, chissà oggi se si ricorda ancora della sua esperienza romana e romanista; l'amministratore delegato Claudio Fenucci non mangia più la matriciana ma i tortellini; Luis Enrique e il suo staff hanno salutato tutti e da qualche anno si stanno stufando di vincere sulla panchina del Barcellona; Franco Tancredi insegna a portieri che non sono vestiti di giallorosso; Daniele Lo Monaco, colpito e affondato anche da chi garantiva di essergli amico, da un pezzo non è più il responsabile della comunicazione di Trigoria; Christoph Winterling ora è il responsabile marketing del Bologna e intanto la Roma continua disperatamente a cercare un main sponsor; pure Mark Pannes, uomo vicinissimo a mister Pallotta, è stato triturato da una vicenda stadio che solo ora pare avviata a un compromesso vincente; il dottor Gemignani è tornato nella sua Montecatini; Ashad Sergul, il primo responsabile Internet della società, chissà oggi in che parte del mondo lavora. Mi si dirà: e Franco Baldini, l'uomo che all'epoca aveva messo in piedi in pratica tutto l'organigramma, non è appena rientrato in società? Vero solo in parte, ha firmato un contratto triennale di consulenza ma potete scommetterci che dalle parti di Trigoria molto difficilmente si rivedrà.

Insomma, la rivoluzione è fallita prima ancora di mettersi in marcia. L'estate che ci ha appena salutato, ha visto l'addio anche dell'ultimo superstite della prima campagna acquisti, quel Miralem Pjanic che ha preferito avvalersi della clausola rescissoria pur di abbandonare un'avventura che non riusciva a trasformarsi in qualche cosa di più concreto. Anche per questo Walter Sabatini non poteva più rimanere, offeso da algoritmi che non conoscono il profumo di calcio e calciatori, ridimensionato nella sua follia geniale, accusato di infamie che solo gli infami possono partorire e commettere.

A dirla tutta, un altro errore l'ha commesso. Ed è stato quello di non essere riuscito a trasmettere alla piazza la sua passione totale per la Roma. Lo ha fatto nella sua ultima conferenza stampa, troppo tardi. Salutando, però, ha confezionato il suo regalo d'addio alla Roma che per cinque anni è stata la sua vita, riducendo a poco più che niente il prima e probabilmente pure il dopo. E lo ha fatto quando ha detto che per la Roma vincere non deve essere un'opportunità, ma una necessità. E' questa la rivoluzione da fare. Uolter, come lo pronunciava Luis Enrique, ci ha provato. Speriamo che a Trigoria qualcuno finalmente capisca: conta la Roma, qualsiasi ego è nulla a confronto.

Fonte: Piero Torri

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