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Cast Away

condividi su facebook condividi su twitter 21-12-2015

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Cast Away

Quando si è presentato in panchina a pochi istanti dal fischio d’inizio di Roma-Genoa, Rudi Garcia aveva i tratti di Tom Hanks, o meglio, di Chuck Noland. Precipitato in mare aperto dopo il disastroso incidente con lo Spezia, il tecnico francese non aveva nulla di diverso dal protagonista di Cast Away. Un naufrago, questo era, nelle sembianze e nell’animo. Sopravvissuto all’impatto dell’eliminazione in coppa Italia e alla fame di consensi, Rudi Garcia era un uomo solo, chiamato scovare l’ultima soluzione possibile per riprendersi il suo ruolo, la sua Roma, la sua vita. Intorno alla panchina nuotavano da giorni gli squali, ma anche spettri e sciacalli avevano fatto la loro apparizione, almeno nella mente di un allenatore ormai disposto quasi più ad accettare in maniera rassegnata il proprio destino che a tentare di cambiarlo. L’idea di sapersela cavare anche stavolta, però, ancora lo allettava e quando dal Distinto Sud s’è levato un coro avvolgente come la marea (“Ricominciamo…”), ha percepito benissimo che si poteva remare, di nuovo, tutti (o quasi) dalla stessa parte.

Ora o mai più, ma chissà come. L’unico conforto poteva darglielo Wilson, un pallone immaginato più che immaginario, brutto, sporco, pure deviato se necessario, come quello che a un certo punto (al 42’), quasi dal nulla, spunta dalle parti di Florenzi. E’ quello il momento in cui Garcia capisce che non tutto è ancora perduto. Il gol del vantaggio è il vento tra le vele improvvisate di un’imbarcazione da trasportare necessariamente al di là delle barriere, ideologiche più che coralline; è il remo tra le mani, la forza nelle braccia, la speranza negli occhi, anche se intorno c’è un mare sterminato di dissenso. L’abbraccio che gli riserva la squadra è tanto bello quanto inaspettato, ricorda quello di Kelly (Helen Hunt, nella pellicola di Robert Zemeckis) al fidanzato ritrovato, ma i fischi che piovono dall’alto sono il suggello di un amore terminato. Lo scenario è cambiato.

Kelly ormai ha un’altra vita, un altro uomo; i tifosi giallorossi un altro allenatore: non in panchina, non nell’immediato, ma nella testa (Conte), o nel cuore (Spalletti). E giù fischi, a cestinare un abbraccio che sa di addio anticipato. La rassicurazione di Sabatini («Non scorrerà il suo sangue, semmai quello di qualcun altro») è la consolazione dell’amico ritrovato, ma nulla di più. Le parole che nella notte Garcia avrà concesso al ds non saranno troppo diverse da quelle dette da Tom Hanks al caro Stan: «Sono tornato a Memphis e parlo con te, c'è del ghiaccio nel mio bicchiere, ma l'ho persa. Mi rattrista non avere più la mia Kelly, la mia Roma, ma sono grato che lei fosse con me su quell'isola (Roma-Genoa). E adesso so cosa devo fare, devo continuare a respirare, perché domani il sole sorgerà e chissà la marea cosa può portare». Il gol di Sadiq al 90’, in fondo, spiega benissimo il concetto: l’imponderabile è tale fino alla sua proposizione. E’ il ragazzino nigeriano il pacco che Tom Hanks conserva gelosamente fino alla fine del film, quello che porta con sé sulla zattera fino a Menphis. Sarà Sabatini ad aprirlo e a trovarci dentro una nuova plusvalenza, l’ennesima («Ha segnato un bambinone del ’97, preso a 300 mila euro, che ora sciaguratamente vale 5 milioni»). Del resto, la vita va avanti anche grazie alle sorprese, come quella saltata fuori da San Siro qualche ora più tardi, che restituisce dignità alla Roma e conseguentemente a Garcia, chiamato ora ad iniziare un’altra vita, seppur con l’animo tipico del sopravvissuto.    

Fonte: a cura di Marco Madeddu

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