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Cronaca di una morte annunciata

condividi su facebook condividi su twitter 25-11-2015

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Cronaca di una morte annunciata

Ha lo sguardo malinconico del dottor Bedoya, Luis Enrique, e la fierezza di Bayardo San Roman. Due personalità racchiuse in un'unica figura, quella del marito tradito e quella dell’amico dispiaciuto.

La sua sposa d’un tempo, la Roma, è stato “costretto” ad abbandonarla, lasciando ai suoi fratelli  (quelli blaugrana) il compito di lavare via il peccato. A colpi di pugnale, sei per l’esattezza, come quelli inferti ieri sera al Camp Nou.

Scritta da Garcìa (Marquez, lo scrittore preferito da Walter Sabatini), la storia sembra pensata per Luis Enrique e indirizzata all’altro Garcìa (Rudi, sicuramente meno amato dell’autore sudamericano, nato, guarda caso, insieme alla Roma, nel 1927): Cronaca di una morte annunciata.

A portarla sullo schermo ci aveva pensato Francesco Rosi, a riprodurla in campo ha provveduto il Barcellona

La sconfitta era segnata, ineluttabile, sin dal giorno dei sorteggi di Montecarlo, il 27 agosto scorso. Fare punti in casa di Messi, Neymar e Suarez non era contemplato, tanto meno, poi, in assenza di De Rossi, Salah e Gervinho (senza neppure scomodare l’onnipotenza di Strootman e la maestà di capitan Totti). Non era previsto, né ipotizzato, tanto da cominciare a far calcoli solamente su Bate Borisov e Bayer Leverkusen.

L’importante, si diceva, era contenere i danni, evitare di rispolverare il ricordo di Manchester (7-1) o quello meno opaco del Bayern Monaco (1-7). Insomma, perdere sì, ma con dignità. Missione facilitata dall’harakiri messo in scena dal Leverkusen appena prima che si aprisse il sipario sul Camp Nou. Il pareggio dei tedeschi a Borisov aveva spianato la strada a una Roma che poteva semplicemente gustarsi la serata.

Niente di tutto questo, neppure a fronte di un gol annullato in apertura a Messi (6’) e di un’occasionissima capitata sulla testa di Dzeko (al 13’): un rigore in movimento, sbagliato come quello più convenzionale sparato addosso a Ter Steghen all’82’. Non serve a nulla la toppa messa a un soffio dal triplice fischio, tanto più perché fin li, in campo, c’era stato solamente il Barcellona. “Ne hanno segnati sei, ma potevano essere molti di più”, ammette con un candore esasperante Maicon a fine gara. E non può consolare né l’idea di aver praticato il normale (salvaguardato le diffide di Nainngolan e De Rossi), né quella di aver mancato il paranormale: “Per vincere qui serviva un miracolo”, ha ricordato Rudi Garcia. L’imperativo era badare alla forma, non certo la sostanza. 

Ma il delitto è compiuto. Tutti sapevano che sarebbe stato commesso, nessuno pensava di poter contenere l’ira del tridente migliore che il Sudamerica (Argentina-Messi, Brasile-Neymar, Uruguay-Suarez) abbia mai prodotto e messo insieme: 6-1! Un atto di forza demoniaca e sublime al tempo stesso, stravolgente al punto che pure Angela alla fine (Ornella Muti nel film del 1987), si convince di un amore che non pensava di poter provare: quello nei confronti di un marito che non è più suo. Quando Sabatini incrocia Luis Enrique a fine gara ne rimane ammaliato come non gli era mai capitato nell’anno in cui lo ha avuto al fianco.

Ma a lui, come a noi, non resta che fare la conta dei danni. In fondo, tra le macerie, si scorge ancora un’ultima ghiotta opportunità da raccogliere, quella del confronto interno col Bate Borisov. L’ultima possibilità, del resto, per “vendicare” l’onore perduto (proprio come riuscito ieri sera al Bayardo San Roman di Luis Enrique), e fare chiarezza sulle qualità della Roma, come il dottor Bedoya dopo l’assassinio.

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