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condividi su facebook condividi su twitter 26-04-2016

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Lontano e attraente come Pandora, governato da creature diverse, magico e prezioso al punto da rimanerne estasiati. Il secondo posto del Napoli è il pianeta da conquistare, proprio come la Luna degli Avatar raccontata da James Cameron (2009). Chi lo abita custodisce un giacimento preziosissimo, quello che genera l’ambizione di tentare l’invasione: troppo importante la qualificazione diretta alla Champions League, in fondo, per non tentare l’impresa, seppur ai limiti del sovrannaturale. 

Tra i Na’vi, del resto, ricompare Higuain, perfetta espressione dell’evoluzione umana. E’ lui a guidare la difesa di Pandora, entrando subito in rotta di collisione con Manolas. Il greco, colpito in un occhio, è costretto ad abbandonare la battaglia dopo appena 20 minuti. Come il colonnello Quartich nel momento della morte di Tommy, Spalletti perde l’uomo su cui poggiava la parte più consistente della missione: «arginare Higuain». Ed è qui che il Pipita prende forza: alla mezz’ora s’alza in volo tra Rudiger e Zukanovic, controlla col destro, atterra, dribbla e colpisce di sinistro verso la porta di Szczesny, che però, sorprendentemente, regge l’urto. La mano che blocca il pallone scagliato dall’argentino è il messaggio chiaro che la guerra va avanti e che è solo all’inizio. A bombardare l’Albero-casa di Reina ci provano a più riprese Pjanic, El Shaarawy e Salah, anche se il villaggio dei Na’vi sembra davvero inavvicinabile. Soprattutto da Perotti, mai così in difficoltà con la maglia della Roma, costretta, in realtà, soprattutto a guardarsi le spalle. A tenerla in vita ci pensano prima Szczesny, di nuovo miracoloso su Higuain, poi Rudiger, decisivo nell’anticipo su Hamsik a portiere battuto. 

Ma la missione prevede ben altro che salvare la pelle. Bisogna attaccare Pandora e tentare di avvicinare il giacimento della qualificazione diretta in Champions League. Una missione da Avatar più che da uomini. Così, quando a 9 minuti dalla fine Totti lascia la panchina e si avvicina al campo, è ben chiaro che il colonnello Quartich ha finalmente messo a punto la sua creatura«In 10 minuti – confesserà alla fine Spalletti – Totti fa cose che gli altri non riescono a fare in 80». Non solo, proprio come Jake Sully nel corpo di un Avatar, Totti entra e ristabilisce i contatti con la sua Roma, che con lui si rianima. Non è un caso che la squadra schiacciata all’indietro del secondo tempo trovi ora la forza per aggredire i Na’vi. Lo fa con Totti, che riesce a muoversi tra loro come uno di loro, addirittura meglio: lanci, aperture, tocchi morbidi e verticalizzazioni. Come quando, a un soffio dalla fine, dà il via all’azione che produce la vittoria. Una «carezza – come l’ha definita Spalletti – da cui nasce una trama di 26/27 passaggi che porta al gol di Nainggolan». Impensabile fino a prima del suo ingresso in campo, quello che, ammette ancora il tecnico, produce un entusiasmo contagioso tra la gente. 

Come un Avatar connesso con i suoi «tendrilli», con i suoi sensori, al mondo circostante, Totti entra in contatto con ciò che lo circonda: la squadra, lo stadio, la gente. Un corpo unico, lui e la Roma, lui e i suoi tifosi, in grado di compiere qualsiasi impresa, come quella di avvicinare un secondo posto che, prima del suo ritorno in campo, sembrava saldamente nelle mani del Napoli. Da Bologna-Roma ad oggi, Totti ha generato non solo 3 gol e un assist (portando, complessivamente, 7 degli ultimi 8 punti alla Roma), ma ha soprattutto ristabilito il legame con la sua gente: come Jake Sully davanti all’Albero delle Anime, in contatto con le radici di un passato mai dimenticato e ancora  influente, Francesco Totti riesce ad entrare in connessione con le radici di un amore profondo, quello per la Roma, mai sopito del tutto ma certamente rigenerato dalla sua presenza. Totti e la Roma, Totti è la Roma, non è solo una questione di accento, ma di vocali, perché in fondo, dentro e fuori di lui, Tutto è la Roma.    

Fonte: a cura di Marco Madeddu

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