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Il codice da Vinci

condividi su facebook condividi su twitter 16-05-2016

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Il codice da Vinci

La soddisfazione impressa negli occhi di Spalletti, alla fine di un campionato come questo, è quella provata da Langdom, in ginocchio, davanti alla piramide del Louvre. Ce l’ha fatta! L’uomo chiamato a risolvere l’enigma che conduce al Sacro Graal della vittoria ha finalmente decriptato il codice che la nascondeva (Il codice da Vinci, 2006). No, non ha vinto la Roma, non ancora, ma adesso, grazie alla sapiente opera del suo ricercatore, sa dove si trova quel calice e cosa riserva. 

Del resto, se all’ultima di campionato, senza più troppo da chiedere alla classifica, vai a San Siro a imporre gioco come ha saputo fare la Roma di fronte al Milan, non puoi che pensare d’aver ottenuto qualcosa di molto più prezioso dei 3 punti in palio. C’era tutto nella squadra di sabato: qualità, corsa, consapevolezza, determinazione, concentrazione, a prescindere dal fatto che lo scudetto era già stato assegnato da tempo e che il secondo posto era ormai saldamente nelle mani del Napoli. Non sono bastati 80 punti per confermarsi alle spalle dei bianconeri, non c’era mai stato bisogno di conquistarne tanti per approdare al terzo posto. Ma non è questo che conta. Le cifre, quelle di un campionato chiuso con il miglior attacco (83 gol) e di un girone di ritorno condotto alla media di oltre 2 punti a partita, servono solo per interpretare il senso generale delle cose. Proprio come nella pellicola di Ron Howard, i numeri della stagione compongono una sorta di sequenza di Fibonacci: l’1-3 di San Siro serve a completare la serie e offre a Spalletti la possibilità di estrapolare il “significato” del codice cifrato: 14 vittorie, 4 pareggi, una sola sconfitta. Una sequela che indica non solo ciò che è stato, ma soprattutto cosa potrà essere. 

A pensarci bene, tutto è cominciato come nella storia raccontata da Dan Brown, con il custode di un museo che, agonizzante, ha permesso comunque al sapiente ricercatore di svelare il più prezioso dei segreti. 

Aurelio Andrazzolicolpito a  morte dopo quel 26 maggio, ha consegnato a Spalletti un codice intricato di problemi e di difetti, di vizi e di comportamentiGli ha messo tra le mani un enigma, che il tecnico di Certaldo ha saputo risolvere con la capacità e la sapienza mostrate da Robert Langdon (Tom Hanks).  

Un genio assoluto Luciano Spalletti, che in un paio di settimane appena (quelle che vanno da Roma-Verona a Juventus-Roma) ha rimesso in piedi una squadra destinata a ruzzolare al centro della classifica e l’ha riportata sul podio. E lo ha fatto curando ogni minimo particolare. Chiuso dentro Trigoria ha dapprima guardato negli occhi i calciatori, proprio come Langdon al cospetto della Gioconda, poi sistemato ogni dettaglio, dai comportamenti ai posizionamenti. La metamorfosi di Nainggolan, da mediano a trequartista fino a falso nueve come nella notte di San Siro, spiega l’opera straordinata compiuta dal tecnico. Capace di rinvigorire chiunque, da Digne a Rudiger, da Maicon a Emerson Palmieri (19° calciatore giallorosso a segno in stagione), da De Rossi («capace di tornare ai suoi livelli») a Keita («avrei voluto allenarlo prima»); senza dimenticare El Shaarawy (ieri a segno per l’ottava volta con la maglia della Roma), Salah (che con Spalletti ha ritrovato il vigore dei giorni migliori) e soprattutto Francesco Totti, di nuovo decisivo come nessuno, o quasi, credeva ormai possibile.

«In questi pochi mesi non guarderemo la classifica – aveva avvertito all’inizio della sua nuova avventura in giallorosso – ma alle qualità che sapremo mettere in campo». E a guardarle ora, quelle qualità, sembrano davvero la piramide del Louvre per Robert Langdon: la custodia del Sacro Graal, l’essenza della vittoria, quella ancora da conseguire, ma di cui Spalletti possiede la chiave. La stessa che adoperò otto anni fa per aprire la bacheca di Trigoria e che ha saputo ritrovare in questi mesi: 

«La base per il futuro deve essere questo fraseggio – spiega senza giri di parole - questo gioco, questa qualità nel giocare nello stretto». Non dipenderà tutto da lui, ma a lui bisognerà certamente far riferimento. Perché è lui ad interpretare il senso e l’aspirazione dei tifosi della Roma: «Noi siamo quello che proteggiamo, quello per cui lottiamo», rivela Sophie, figlia di Gesù CristoRobert Langdon, che come Spalletti ora sa come e per cosa battersi. 

Fonte: a cura di Marco Madeddu

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