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Il grande Gatsby

condividi su facebook condividi su twitter 06-12-2015

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Il grande Gatsby

Un bluff, l’ennesimo. La capacità di far credere che il rilancio sia davvero possibile. Come su un treno, al tavolo da poker, quando il tuo momento sembra finalmente arrivato. C’è cascato Henry Gondorff (Paul Newman), si è illuso, proprio come un tifoso della Roma dopo il gol di Pjanic al Torino.  

Come alla BayArena del resto, o come a Bologna appena una settimana prima; la trama resta maledettamente identica a sé stessa, ciclostilata, tanto da perdere l’effetto impresso da David S. Ward ne La Stangata. Nella sua pellicola del ’73 la sorpresa è totale, la truffa è consumata in maniera del tutto inaspettata e, per di più, ai danni di chi lo merita. All’Olimpico di Torino, invece, il finale quasi non colpisce più, anche se il coup de théatre che riserva Fabbri (l’assistente che indica a Damato il fallo da rigore), suscita uno stupore superiore a quello provocato da Fabris in Compagni di scuola (1988). “Tu c’hai avuto un crollo – denuncia Walter Finocchiaro - dell’ottavo grado della scala Mercalli!”. Lo stesso che riguarda la Roma, a cui pure potremmo dire:“Guardate com’eri, guardate come sei?!”. La squadra costruita per tentare di scucire lo scudetto alla Juventus, si ritrova quasi ad ammirarne l’impresa di essere tornata in corsa dopo gli stenti di inizio stagione.

Il sogno di mostrasi leader si è trasformato nell’illusione di credersi invincibili: Le Grand Bluff, come quello prodotto da Patrice Dally nel ’57.    

Dopo quindici giornate di campionato tutto sembra già compromesso, perché la crisinon riguarda solamente i risultati, ma il gioco e i rapporti interni, il tifo e la comunicazione. Tutto, troppo. Per questo la presenza di Antonio Conte in tribuna a Torino è sembrata come quella di Raoul Bova per Giovanna Mezzogiorno, l’uomo scorto dalla Finestra di fronte (Ozpetek, 2003) in grado di cambiarti la vita, o per lo meno di illuderti di poterci riuscire. 

Ma Conte è destinato a non esserci, almeno per il momento, proprio come Lorenzo(Bova) nella vita di Giovanna (Mezzogiorno). Chi deve aiutare la Roma ha una statura diversa, un altro ruolo: è James Pallotta, il Grande Gatsby. L’uomo riconosciuto da tutti, ma conosciuto da pochi. Quello dello sfarzo e dell’aspirazione al bello, al grande, allo scintillante.

Un uomo legittimamente innamorato più di sé stesso che della Roma, ma che grazie alla Roma può appagare sé stesso. Per il momento non può che produrre illusioni, proprio come Leonardo di Caprio sul set di Baz Luhrmann (2013), ma per lui è soprattutto il modo di intendere la vita che conta, lo stesso di “governare” la Roma:“Gatsby credeva nella luce, nel futuro orgastico che anno dopo anno si ritira. Ieri c'è sfuggito, ma non importa: domani correremo più forte”. Speriamo! Non possiamo far altro…   

Fonte: a cura di Marco Maduddu

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