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Karate Kid

condividi su facebook condividi su twitter 09-05-2016

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Karate Kid

Quando Luciano Spalletti gli disse di giocare soprattutto nella metà campo avversaria, a rubar palla, servire assist ai compagni e tirare in porta, Radja Nainggolan aveva lo sguardo sbigottito e incredulo di Daniel LaRusso (Karate Kid, 1984).

La lezione impartita dal tecnico giallorosso, del resto, sembrava a dir poco stravagante, proprio come quella del maestro Miyagi: «Dai la cera, togli la cera. Lava tutte le macchine, poi le lucidi. Poi vernici steccato, tuuutto steccato!». Il Karate e la cera, Radja Nainggolan e la trequarti offensiva. Nulla in comune apparentemente. Ma il vecchio saggio arrivato a gennaio sulla panchina della Roma è uomo meticoloso e capace. Imperscrutabile, magari strano, ma insegnante abile e fine conoscitore della sua arte. Come Miyagi coltiva pazientemente il suo bonsai: taglia i rami secchi (Gervinho, Ucan, Torosidis), rianima le foglioline più delicate (Emerson Palmieri), irrobustisce il tronco: Rudiger, Strootman, Pjanic ne sono chiarissima testimonianza. Quando all’85’ poi Francesco Totti confeziona il pallone del 3-0 capisci che, con l’opera del maestro, anche le radici hanno ripreso vigore. E pazienza se il secondo posto sembra ormai irraggiungibile. «Vincere o perdere non conta – dice Miyagi a Daniel-san – se farai un buon combattimento sarai rispettato». E a guardare l’Olimpico di ieri, di nuovo gremito come ai bei tempi, è chiaro che la Roma si sia di nuovo guadagnata il rispetto, al di là del piazzamento.

La filosofia del vincere è l’arte del combattere, unita alla pazienza dell’apprendere. In sintesi, ciò che rappresenta Radja Nainggolan, il Daniel-san capace ora di muoversi davvero come un ninja.

Difende e colpisce, cuce gioco e riparte; e se una cosa non gli riesce (come la verticalizzazione per Salah) provvede a sistemare le cose a modo suo: 1-0! Ma è soprattutto quando lotta che stupisce. Il duello intrapreso con Hetemaj sotto tribuna Tevere a metà del primo tempo è l’emblema della sua natura: capacità mista a determinazione. Esce pulito da ogni contrasto, risolve le mischie (come a fine primo tempo a due passi da Szczesny) e ora, appunto, riesce anche a segnare. Ciò che non gli era mai riuscito troppo bene in carriera (e mai nel girone d’andata), ora è diventata la sua arte (6 gol in 18 partite con Spalletti). Duro e raffinato, abile e autoritario, elegante ed esuberante. Un autentico trascinatore, un combattente unico nel suo genere e per questo agognato e corteggiato. Ma senza prezzo.  «Non lo vendo – chiarisce senza giri di parole James Pallotta – voglio vederlo ancora con la maglia della Roma». In fondo, il suo scintillante Kimono. 

Fonte: a cura di Marco Madeddu

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