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La passione di Cristo

condividi su facebook condividi su twitter 10-01-2016

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La passione di Cristo

Quando prima del match contro il Milan Baldissoni si presenta davanti ai romani(sti), sembra la reincarnazione di Pilato davanti al povero Cristo: non ha la forza di annullare la condanna. La Roma resterà a Garcia, a prescindere dal risultato.

A incarnarne le sembianze non può che essere lui, il pupone, o il bambinello fate voi, chiamato a lasciare la stalla e a prendere in spalla la Croce. 

Il patibolo spetta a Totti, emanazione della Roma che fu e dello Spirito Santo, quello di quei pochi tifosi rimasti disperatamente attaccati all’ideale di una squadra incoronata di spine, non certamente di trofei.

E’ lui a perdonare Giuda, con quell’abbraccio a Mihajlovic a inizio match, è lui a subire le percosse dei colpi inferti a più riprese alla sua Roma, è lui a incarnare al contempo i panni del condannato e del “Salvatore”.

Per questo la gente lo implora sin dai primi passi del suo riscaldamento, per questo Garcia ci si aggrappa come Maria ai piedi della Croce. Disperato e inconsolabile.  

Totti è il figlio di Dio, o per meglio dire, della Dea Roma, e ne interpreta il ruolo come neppure Jim Caviezel sul set di Mel Gibson (La Passione di Cristo, 2004) era riuscito a fare, o Robert Powell nel Gesù di Zeffirelli (Gesù di Nazareth, 1977). 

E pensare che l’avvio sembrava scrivere un copione parecchio diverso, “dannatamente” divertente: il piccolo Sadiq, di fronte a un piccolo Milan, sembrava il Piccolo Diavolo (1988). Uscito fuori dal corpo di Romagnoli, pareva Giuditta al cospetto di padre Maurizio: irrefrenabile, anche se per infilzare Donnarumma, al 4’, era bastato Lazzaro (Antonio Rudiger), miracolato al punto da riuscire non solo ad alzarsi e camminare, ma anche saltare e coordinarsi fino a realizzare il vantaggio. La benedizione lo accompagna per tutto il primo tempo (seppur con l’eccezione della traversa colpita al 20’), ma quando Manolas smette di stargli affianco (causa infortunio), pare Pietro senza le chiavi del Paradiso. 

Kucka inchioda la Roma ai suoi limiti, Garcia Cristo alla Croce. Quando Totti entra in campo può solo sintetizzare le colpe di questa gestione: i difetti «tattici, tecnici e fisici » come ammesso da Garcia stesso a fine match. Il giorno dopo resta soltanto il grande «disgusto», quello espresso dal presidente (via sms), ma soprattutto quello provato dalla gente, costretta non solo al senso d’abbandono (degli obiettivi stagionali e della propria identità), ma soprattutto alla costernazione, quella di aver assistito all’ingenerosa crocefissione del suo Re.   

Fonte: a cura di Marco Madeddu

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