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Matrix

condividi su facebook condividi su twitter 06-03-2016

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Matrix

«Matrix è ovunque, è dappertutto!». L’avverti in ogni angolo del campo, in ogni situazione di gioco. Matrix è quel sistema indecifrabile messo su da Paulo Sousa, capace di irretire l’avversario, di confonderlo con la difesa a tre, a quattro, a cinque, perfino a tre e mezzo…il centrocampo agile, malleabile, l’attacco avvolgente e ficcante. «Matrix è il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità».

Ma è ora di combattere! Quando Spalletti presenta in campo la squadra al cospetto dei viola sa che è arrivato il momento di riprendersi la propria esistenza: vincere, e restituire alla Roma una posizione di forza all’interno del sistema, o perire, e accontentarsi di vivere una realtà parallela, illusoria. 

I tempi sono maturi, la guerra può cominciare. Ad iniziarla non può che essere lui, l’Eletto, Miralem Pjanic, che come il Neo della pellicola dei fratelli Wachowski (Keanu Reeves) guida la rivolta al codice viola (anziché verde stavolta).  

Quando prende palla e disegna la prima verticale della partita, sembra aprire l’impermeabile e dar vita alla prima raffica di colpi. La collaborazione di Salah ed El Shaarawy, nell’occasione, è essenziale, proprio come quella di Trinity e Morpheus. Ma non basta. Per annichilire il sistema messo su da Paulo Sousa bisogna decifrarne il codice ed interpretarne il senso. Ed ecco allora la Roma muoversi come l’avversario, addirittura meglio. L’idea di Paulo Sousa è stata assorbita, interpretata, riadattata, riprodotta, perfezionata. E su questo genere di spartito arrivano i movimenti d’insieme, avvolgenti e asfissianti, in linea con le ambizioni di una Roma nuovamente orgogliosa e motivata. La gente presente allo stadio ne coglie il senso e ne accompagna le gesta con una partecipazione piena, tutti inglobati nell’evoluzione del nuovo codice spallettiano. L’Oracolo, del resto, è li, a bordo campo , a seguire ogni singolo movimento. Ogni passaggio, ogni trama, ogni finalizzazione, tutto gli dà ragione: ciò che aveva predetto trova compimento! Come quando Perotti e Salah manovrano nello stretto: è da lì che nasce il secondo gol, seppure grazie a una deviazione. Ma è il segno evidente che il destino è scritto, anche se ad interpretarne il senso è soprattutto lui, l’Eletto, capace di salire in cielo, volteggiare, girare su se stesso e ripartire; e con lui trovano ispirazione anche gli altri. Il pallone d’esterno destro consegnato da El Shaarawy a Perotti per il terzo gol è abilità ai limiti del sovraumano. Ma non basta! Matrix è imprevedibile e fatica ad implodere. Il colpo di Digne a Tello rianima l’agente Smith, Josip Ilicic, e la Fiorentina va a segno. E’ qui che l’Eletto capisce di dover compiere fino in fondo il proprio lavoro: palla rubata a centrocampo, coordinazione all’indietro e lancio di 40 metri ad innescare Salah! Meraviglioso, e definitivo, come il sigillo dell’egiziano sulla partita. La Fiorentina, che mai aveva incassato 3 gol in un solo tempo e 4 in una sola partita, crolla alla maniera con cui aveva provato a far soccombere gli altri: irretita e umiliata, nel gioco, nelle ambizioni e nelle aspettative. La Roma torna padrona del proprio destino (in ottica terzo posto), ma soprattutto ristabilisce il sistema. Quello interrotto bruscamente con l’ultimo Garcia e più in generale con l’allontanamento di Spalletti (2009). «Sono tornato per completare l’opera», sentenzia dai microfoni di Roma Tv e forse, stavolta, conviene dar credito all’Oracolo!

Fonte: di Marco Madeddu

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