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Seven

condividi su facebook condividi su twitter 17-12-2015

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Seven
  • 1 – SUPERBIA – il 26 maggio
  • 2 – LUSSURIA – il nuovo logo, lo stemma
  • 3 – GOLA         – lo sceicco di Perugia e lo sponsor
  • 4 – AVARIZIA – Benatia
  • 5 – IRA            - Slovan, Bayern, Fiorentina, Bate, Barcellona
  • 6 – INVIDIA    - lo stadio
  • 7 – ACCIDIA    - Roma-Spezia

Lo squallido spettacolo di ieri pomeriggio chiude il cerchio. In un Olimpico simile al deserto che ospita l’epilogo di Se7en, si consuma l’ultimo delitto dell’Era americana: Roma-Spezia 2-4 (dcr). Il torpore malinconico che contraddistingue la squadra di Garcia da più di un anno, in fondo, non poteva scampare alla punizione omicida: sconfitta interna e conseguente eliminazione dalla coppa Italia per mano di una squadra che galleggia a metà classifica in serie B. L’abulia messa in mostra anche ieri, del resto, non poteva sfuggire alla punizione che John Doe (Kevin Spacey), nella pellicola di David Fincher, riserva a uno dei sette vizi capitali: l’Accidia

Eppure, quando il giorno prima il tabellone aveva regalato la promozione dell’Alessandria ai danni del Genoa, l’impresa di arrivare in fondo alla competizione sembrava davvero alla portata. Battere due matricole equivaleva a bere un bicchier d’acqua e ritrovarsi il biglietto della semifinale sul fondo della brocca, come Fantozzi quando vince la lotteria di capodanno. Ma la Roma, proprio come il protagonista del film di Neri Parenti (1989), vanifica tutto con la tipica goffaggine del personaggio in questione. Non a caso a sprecare i rigori sono gli uomini simbolo della prima e dell’ultima campagna acquisti firmate Sabatini: Pjanic e Dzeko.

Ma l’Accidia è solo l’ultimo dei peccati commessi dall’attuale gestione.

I primi riguardano la Superbia, che ha portato alla sconfitta nel derby dell’indimenticabile 26 maggio, e la Lussuria, contraddistinta dalla volontà, ancora incompresa, di rinnovare lo stemma. Un cambiamento effimero, tipica espressione del piacere fine a sé stesso. Quale beneficio avrà prodotto mai questa “nuova lupa”? Forse ha appagato solamente la volontà di chiudere con un “certo passato”, un vezzo troppo simile a un vizio, capitale anche questo. Come quello di produrre, e non ritirare dal mercato, la sciarpa celebrativa (“Io c’ero!”) della peggiore sconfitta mai registrata in una stracittadina (quella con gol di Lulic, appunto). Ma non basta: perché anche la Gola ha avuto la sua parte, e la sua giusta punizione. Come dimenticare, infatti, il corteggiamento allo Sceicco di Perugia? Quello che abitava in un umile appartamento al secondo piano di una modesta palazzina di quartiere? Cos’era quella ricerca se non il desiderio di ingurgitare denari? Fu Franco Baldini, in questo caso, a cadere vittima dell’omicidio, pagando in prima persona a fine stagione, seppur travestito da dimissionario. La stessa fine, prima di lui, aveva fatto Thomas DiBenedetto, uno diventato presidente (stipendiato) di una squadra che credeva si chiamasse A.C. Roma. Christoph Winterling, invece, arrivato per migliorare il rapporto con gli sponsor pagò poco più tardi. Del resto la maglia è “libera” da scritte appena da tre anni.

Ma questa Roma s’è macchiata anche di altre colpe. L’Ira, per le figure rimediate tra Champions ed Europa League (Slovan Bratislava, Bayern Monaco, Fiorentina, Bate Borisov, Barcellona); l’Avarizia, che ha portato a non esaudire le richieste di Benatia (potremmo dire a non mantenere le promesse), e non solo; l’Invidia, suscitata dalle vittorie degli altri, (pure di quelli che erano nostri, come Luis Enrique, ad esempio), ma anche dagli stadi degli altri, di proprietà, come quello della Juventus, o per lo meno pieni, come quelli di Inter, Napoli e Fiorentina.  

E’ così che si è arrivati alla stessa identica disperazione provata al cinema da Morgan Freeman e Brad Pitt. Della Roma non resta più nulla, se non un aggettivo: capitale! Speso non più per identificare la squadra nella magnificente storia della sua città, ma per evidenziare l’esagerazione dei suoi vizi. Capitali, per l’appunto, come i peccati di cui s’è macchiata

Fonte: a cura di Marco Madeddu

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