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TATUAGGI MESSAGGI DI IERI E DI OGGI

condividi su facebook condividi su twitter 21-03-2016

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TATUAGGI MESSAGGI DI IERI E DI OGGI

Roberta BaroneI tatuaggi, da sempre segni indelebili impressi sulla pelle, oggi fenomeno di tendenza e di moda fra i più giovani, usati per esprimere un proprio messaggio, reinterpretando le funzioni che avevano originariamente, secondo codici attuali. Le sue origini sono lontanissime, basti pensare ad Otzi, la mummia di un pastore di 5300 anni fa, ritrovata sulle Alpi Venoste nel '91 e conservata oggi nel Museo Archeologico di Bolzano Di tatuaggi ne conta ben 61, detenendo un primato piuttosto insolito: quello di primo essere umano tatuato che si conosca e, per questo, icona per i tatuatori di tutto il mondo. Certo i suoi tatuaggi consistono in punti, linee e crocette, in corrispondenza della parte bassa della schiena, dietro il ginocchio e sulla caviglia, negli stessi punti in cui gli scienziati, dopo attente analisi radiologiche, hanno individuato segni di artrite, presumendo così che i tatuaggi, nel suo caso, avessero una funzione curativa, forse religiosa, o solo indicazione dei punti in cui praticare l'agopuntura. Tatuaggi privati quindi di qualunque significato spirituale, magico, rituale, o come avveniva per altre popolazioni primitive, quale segno distintivo, di appartenenza e integrazione sociale, segni che rendevano ogni individuo unico e il tatuaggio il suo elemento inconfondibile quanto un'impronta digitale. Nei secoli e nell' evoluzione sociale, il tatuaggio ha poi assunto più un significato di “marchiatura” un modo semplice ed immediato, per identificare gruppi appartenenti a classi sociali nobili o meno, per distinguere popoli barbari da quelli “civili”. Come nell'antica Roma. Nessun nobile romano se ne sarebbe mai praticato uno, fosse solo per il fatto che all'epoca i tatuaggi si potevano osservare solo su schiavi e gladiatori, gente, per lo più guerrieri, fatta prigioniera a seguito delle varie conquiste militari, barbari appartenenti a diverse tribù, stranieri di ogni etnia: Traci, Britanni, Alemanni, Celti, i cui tatuaggi, non solo a livello di immagini ma anche di colori utilizzati, indicavano inequivocabilmente la provenienza, la tribù, il valore raggiunto in guerra, ma anche una sorta di stratagemma per spaventare il nemico attraverso la zona del corpo tatuata, come la faccia o le ginocchia, che divenivano talmente impressionanti da incutere paura in battaglia,. Non fu quindi un caso, se i primi romani a farsi tatuare volontariamente furono i soldati, anche se in maniera meno appariscente, e mantenendo sempre una certa dignità, proprio per evitare una volta rientrati in patria di non essere più considerati “romani” ma “barbari” ossia “stranieri”. Ed è forse questo il motivo per cui il tatuaggio che scelsero come sorta di giuramento scritto fra commilitoni fu l'acronimo S.P.Q.R. come segno distintivo del “civis romanus” ossia “cittadino romano”, locuzione che indicava l'appartenenza all'Impero romano e ne sottintendeva tutti i diritti derivanti da tale stato. Ma da volontario messaggio di vanto e orgoglio nel periodo di auge, si passò nel tardo impero ad utilizzarlo come segno indelebile per scoraggiare la diserzione, quindi reso obbligatorio fra le legioni ed esteso a tutti i legionari, così che un soldato a spasso senza licenza, veniva condannato a morte ipso facto. Non era ovviamente vietato portarne più d'uno, e così spesso i più fedeli, i valorosi, i veterani ma anche i generali, usavano tatuarsi il nome della legione di appartenenza, di una battaglia gloriosa se non addirittura quello dell'imperatore, proprio come segno di dedizione, come atto di fedeltà perenne, portato nel cuore così come sulla pelle. Sulle braccia per lo più, mai sulle gambe. Ci volle il cristianesimo a vietarne l'uso, dapprima sul volto, nel 325 d.c. sotto l'imperatore Costantino, in conseguenza al fatto che essendo l'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, il viso doveva rimanere integro, poi a proibirli definitivamente nel 787 a causa della loro associazione al paganesimo, identificandoli come un segno diabolico. Certo è che a distanza di milletrecento anni i tatuaggi sono ancora visti come una specie di eccitante “trasgressione”. Al punto che psicologi e comportamentisti si chiedono come in una società mobile come la nostra, in cui facilmente e velocemente si cambiano le regole della nostra vita, il partner, la casa, il lavoro, ci sia la necessità di tatuarsi segni indelebili sul corpo. Ma si sa, oggi la psicanalisi è in grado di dare molte spiegazioni, interpretando il nostro inconscio e traducendo con esso molte delle nostre azioni. Così che tatuarsi sulla parte sinistra del corpo è tipico delle persone pessimiste, con poca fiducia in se stesse, o tatuarsi il tronco denota carattere, concretezza e capacità decisionali. Le personalità infantili e poco riflessive preferiscono le gambe, gli uomini competitivi e battaglieri le caviglie, le donne timide e insicure l'ombelico. Ma se la scelta cade sulla braccia, attenti, siamo di fronte ad un individuo che sta attraversando un lento periodo di maturazione e se il tatuaggio è quello di un drago, è solo desiderio di affermazione. Ma almeno su un fatto, ieri come oggi, siamo d'accordo: simboli celtici, vichinghi, immagini spaventose o violente di eroi e di guerrieri, tatuate vistosamente sul corpo, sottintendono sempre valori aggressivi, non a caso i simboli utilizzati da gruppi estremisti, per intimorire “i rivali”. Un modo dunque per rappresentare ancora il proprio IO. Un messaggio, ieri come oggi, per gli altri. Fosse anche quello di rispondere all'odierno fenomeno di massa, col bisogno di essere accettati.

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