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IL TEMPO AL TEMPO DEI ROMANI

condividi su facebook condividi su twitter 14-03-2016

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IL TEMPO AL TEMPO DEI ROMANI

Roberta Barone Come tutti i popoli antichi, anche i romani correlarono il tempo e il suo trascorrere agli astri, all'osservazione mutevole di pianeti, costellazioni, stelle, ma anche e soprattutto al nostro satellite: la luna. Non è un caso quindi che tutto il sistema, anche piuttosto complesso, di introdurre un modo univoco di contare ore, giorni, mesi, anni, definendo quindi un calendario, fosse strettamente legato alle fasi lunari. Mese, dal latino mensis significava appunto luna, ed era suddiviso in: Calende, Idi e None indicando rispettivamente novilunio e plenilunio più una data intermedia che cadeva il nono giorno prima delle Idi. Il primo calendario di Roma fu istituito nel 753 a.c. e prese nome dal suo fondatore Romolo e, appunto, era un calendario lunare, diviso in dieci mesi, con inizio alla luna piena di marzo. I primi mesi prendevano nome dalle divinità legate all'attività umana: Martius da Marte (la guerra) di 31 giorni, Aprilis da Afrodite (l'amore) di 30 giorni,Maius da Maia (la fertilità della terra) di 31 giorni e Iunius da Giunone (la maternità) di 30 giorni. I successivi prendevano invece nome dalla loro posizione nel calendario: Quintilis di 31 giorni derivava da quinque, Sextilis di 30 giorni da sex, September di 30 giorni da septem, October di 31 giorni da octo, November di 30 giorni da novem e December di 30 giorni da decem. Il calendario durava perciò 304 giorni ma ce ne erano circa 61 invernali, che non venivano assegnati, quindi dopo dicembre, si smetteva di contare i giorni per riprendere nuovamente il conteggio al novilunio del marzo successivo. Fu per questo che il secondo re di Roma, Numa Pompilio, aggiunse i mesi Gennaio e Febbraio, aggiungendo 51 giorni ai precedenti 304, togliendo un giorno ai mesi che ne avevano 30 e stabilendo Ianuarius di 29 giorni e Februarius di 28 giorni. In sostanza degli undici mesi tutti a giorni dispari, quattro mesi ne avevano 31 e ben sette 29. Per allineare il nuovo calendario lunare a quello solare, (e tanto per complicarsi un po' la vita) venne aggiunto ad anni alterni il Mercedonio, un mese intercalare di 27 giorni, fra la prima parte di febbraio che terminava il 23, e per questo chiamata Terminalia, e la seconda parte di febbraio di soli 5 giorni, che il Mercedonioassorbiva. L'anno intercalare diventava quindi di 377 o 378 giorni. Dovettero passare più di 650 anni, per rimettere mano a questo conteggio, formulando un calendario, il Giuliano, che fu la base per l'attuale, grazie a Giulio Cesare che nel 46 a.c. eliminò il mese intercalare e introdusse l'anno bisestile, portando la durata dell'anno pari a 365 giorni, riforma completata poi da Augusto nel 44 a.c. che ribattezzò il mese “Quintils” (che dopo l'introduzione di gennaio e febbraio, non era più il quinto mese) in “Iulius”, il nostro Luglio, in onore a Giulio Cesare e il “Sextilis”, (non più sesto mese ma ottavo) in “Augustus”, l'attuale Agosto, in memoria di se stesso. Il Calendario Giuliano rimase in vigore fino al 1582, quando venne sostituito dall'attuale Gregoriano, introdotto da papa Gregorio XIII. La riforma del nuovo calendario riguardò l'anno bisestile, si notò infatti dalle osservazioni astronomiche di Copernico, che l'anno solare medio era inferiore rispetto ai 365 giorni e 6 ore del calendario Giuliano, di 11 minuti e 14 secondi. Di conseguenza il calendario precedente aveva accumulato un giorno di ritardo ogni 128 anni. Quindi si dovettero recuperare i giorni perduti riallineando le stagioni a partire dall'anno 325 (anno del Concilio di Nicea che stabilì la regola della Pasqua) e il 1582, una differenza abbastanza consistente di ben dieci giorni, che se non fosse stata “recuperata” avrebbe portato nei secoli a non far coincidere più l'equinozio di primavera per convenzione stabilito il 21 marzo (base per il calcolo della pasqua), con il reale equinozio astronomico. Ma torniamo ai romani. Equinozi e solstizi erano di certo un preciso riferimento, solo che non coincidevano con l'inizio delle stagioni, ma con la parte intermedia. Ma era in uso, come per gli Egizi, costruire edifici che ne identificassero con estrema precisione il fenomeno. Nel Pantheon, infatti, si può vedere la luna piena nell'equinozio di primavera dentro l'oculus, a mezzanotte ponendosi sulla perpendicolare. Certo una gran precisione costruttiva, ma una assurda incongruenza se pensiamo che la misura del tempo era davvero approssimativa all'epoca, tanto che non c'era una suddivisone precisa e rigida della giornata. Come per noi, l'inizio del giorno coincideva con la mezzanotte, ma il conteggio delle ore, per i romani, era una realtà molto diversa. Inizialmente la giornata era divisa solo in due parti prima e dopo mezzogiorno, chiamato l'hora sexta, poi si passò ad inserire altre due sezioni per parte, la mattina “mane” e l'anti meriggio “anti meridium,” il pomeriggio “meridie” e la sera “de suprema”, calcolando approssimativamente l'ora dall'altezza del sole utilizzando la meridiana. Certo l'imprecisione era tanta, considerato che questo strumento la notte non serviva e le ore venivano “misurate” osservando il sorgere e il tramonto delle costellazioni zodiacali. Si finiva per vivere perciò in una condizione del tempo molto molto approssimativa, come disse Seneca “a Roma è più facile mettere d'accordo filosofi che orologi” o per citare Plauto “Maledicano gli dei colui che per primo inventò le ore e collocò qui la prima meridiana. Costui ha mandato in frantumi il mio giorno di povero diavolo. Quando ero giovane, infatti, l'unico orologio era lo stomaco...assai più preciso e migliore di questo aggeggio moderno”. Oltretutto va considerando che ogni ora aveva una durata diversa a seconda che fosse diurna o notturna e variava per altro a seconda delle stagioni...insomma gli unici riferimenti fissi erano: l'alba, il mezzogiorno, il tramonto. Perciò la vita quotidiana era molto flessibile e condizionata, per non dire regolata, dalla luce solare e dalle stagioni. La settimana era poi composta da 8 giorni, la Nundina, contando quindi sia il giorno di partenza che di arrivo e per i nomi dei giorni, si faceva riferimento a quello degli astri del sistema solare, partendo dalla madre Luna e raggiungendo il sole: Lunae dies (il giorno della Luna cioè lunedi) Marti dies (il giorno di Marte cioè martedi) Mercurii dies (Mercurio per mercoledì) Iovis dies (Giove per giovedi) Veneris dies (Venere per venerdì) Saturni dies (Saturno per sabato) Solis dies (il Sole per domenica). Ma non è tutto, vi erano giorni “fasti” e giorni “nefasti” giorni cioè in cui era permesso contrarre affari pubblici o privati, e giorni in cui era proibito. Perciò ogni giorno era caratterizzato da una lettera che indicava la sua natura: F stava per Fastus, N per Nefastus, NP Nefastus Priore (illecito prima di mezzogiorno) FP Fastus Priore,(lecito prima di mezzogiorno) ma anche Q. Rex C.F. (quando il rex sacrorum è apparso in assemblea) e C per Comitialis i giorni delle assemblee. Ovviamente per renderne noto il popolo, questa sorta di calendario veniva pubblicato ed esposto nel Foro, il primo giorno del mese che per questo veniva chiamato Calenda, dal latino calare.
Ma quello che a noi uomini moderni può apparire un vero e proprio rompicapo, è il sistema che fu usato per indicare le date. Anziché partire dall'inizio del mese seguendo la successione 1, 2, 3 e così via, gli antichi romani contavano i giorni mancanti alle calende, alle none o alle idi, una sorta di conto alla rovescia rispetto a queste fasi lunari, unico punto di riferimento e per tale motivo, considerate vere e proprie scadenze fisse. Quindi per indicare un giorno immediatamente precedente a una delle tre date fisse si usava il suffisso “pridie” seguito dal nome del mese. Pridie Kalendas Ianuarias stava quindi ad indicare la data immediatamente prima del novilunio di gennaio, ossia il nostro 31 dicembre. Per indicare il giorno immediatamente successivo lo stesso meccanismo, con il suffisso “postridie” quindi Postridie Kalendas Ianuarias veniva usato per indicare il 2 gennaio. Le cose si complicavano (almeno per noi) quando si dovevano calcolare i giorni intermedi ad una delle scadenze fisse: si contavano i giorni mancanti per arrivare alla data fissa successiva e nel computo era calcolato sia il giorno di cui si voleva indicare la data, sia il giorno indicante la scadenza successiva. E così il 12 ottobre si traduceva in Ante diem quartum Idus Octobres e il 14 febbraio Ante diem sextum Kalendas Martias come dire mancano sei giorni alle calende di marzo. Per il calcolo degli anni invece la storia è più semplice, si cominciò a contarli dalla fondazione di Roma, quindi dal 753 a.c. Così MMDCCLXIX AVC stava ad indicare il 2769 anno dalla Ab Urbe Condita cioè dalla fondazione dell'urbe, vale a dire il nostro 2016! 
Certo le cose si sono notevolmente semplificate con l'arrivo degli arabi e l'introduzione dei numeri, tanto da aver apportato una vera e propria rivoluzione e un profondo cambiamento nella società, scandita oggi dagli inflessibili tic-tac sul mondo. Una legge talmente rigorosa che, a pensarci bene, malgrado la complessità del calcolo, rimpiangiamo talvolta di non vivere più il tempo, al tempo dei romani!

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