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UN PONTE “TOSTO”

condividi su facebook condividi su twitter 11-07-2015

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UN PONTE “TOSTO”

ROBERTA BARONE - Il ponte che ha ricucito due quartieri storici di Roma, Garbatella e Ostiense, tagliati in due dalla ferrovia Roma-Ostia Lido. Composto da due carreggiate separate, ciascuna di due corsie per senso di marcia ed una pista ciclabile, lungo 240 metri, più della metà, sospesi. Un grande arco reticolare asimmetrico, che poggia su due piloni sul lato di via Ostiense e su uno, sul fronte opposto. Un Ponte bello, fiero, monumentale, che vuole integrarsi con l’architettura industriale del quartiere, rivisitando in chiave moderna le forme nude del vecchio gasometro e di altri edifici storici, niente di così stravolgentemente innovativo, se non per Roma, una città benpoco “Europea”. Di fatto, i nostri cugini spagnoli, già da anni sono abituati a questi criteri costruttivi, ad opere così avveniristiche, grazie all’ingegnere architetto Santiago Calatrava, a cui il nostro illustre Del Tosto, progettista esecutivo del “nostro” ponte, si è sicuramente ispirato.Basti guardare il “Puente de la Exposición” a Valencia detto anche “il pettine” per la sua forma singolare o il Ponte Bach de Roda a Barcellona, che fu commissionato a Calatrava per collegare la zona di Sant’Andrea a nord con la zona di San Martì a sud, zone separate dalla linea ferroviaria! ma senza andare oltre confine, opere di Calatrava le ritroviamo anche in Italia, suo il tanto discusso Quarto ponte di Canal Grande a Venezia e l’asse attrezzato reggio emila –bagnolo. Accomunati dal carattere avanguardista, questi ponti belli, snelli, leggeri, bianchi, suggestivi e spettacolari quanto sculture intagliate nel cielo, si integrano ad esso più che al contesto urbano in cui sono inseriti, almeno per quello di Roma, considerato che sorge nella vecchia zona industriale dell’Ostiense, uno dei quartieri più frequentati dalla comunità gay che il regista Ferzan Ozpetek ha immortalato nel film “le fate ignoranti”, zona a lungo abbandonata a se stessa e solo negli ultimi anni oggetto di riqualificazione, trasformandosi così in un grande laboratorio di sviluppo, in fermento ma anche in attesa che tante delle opere previste, vengano definitivamente partorite. Insomma quello di Del Tosto, non c’è che dire, è un ponte “tosto” da metabolizzare per molti romani, una sorta di squarcio bianco sul grigiore da traffico ferroviario che il via vai metropolitano di treni (e non solo) ha depositato negli anni ovunque, fino a far scomparire il candore iniziale di fregi e ornamenti con cui a partire dal primo decennio del 900, epoca in cui si sviluppò il quartiere, si abbellivano ancora i palazzi signorili in tardo stile liberty. Eppure era già futurismo, la corrente avanguardista di quegli anni il cui carattere era di rottura con il passato, che voleva trasfigurare. Proprio come oggi, il nuovo ponte dell’Ostiense. L’architettura in fondo, come tutte le forme d’arte, è il risultato dell’utilizzo di idee vecchie in nuovi contesti, in nuove combinazioni e seguendo nuovi metodi, non può essere il segno del tempo presente, ma di quello che è in divenire. Deve scuotere, risvegliare gli animi, proiettare l’uomo al di là delle certezze terrene, far sognare, far dimenticare, ricordare che i limiti sono nel reale, non nella fantasia, nell’immaginario. Essere Grandi Architetti oggi, a mio giudizio, significa questo. Essere matrici di energia, modelli di movimento. Il saper creare un ponte solido, “tosto” detto alla romana, tra presente e futuro, permettendo al genere umano di continuare il suo cammino nella storia, superando le “voragini” umane. Senza farsi contaminare dal piacere esclusivo delle forme, andando al di là delle apparenze, ricercando al di la del bello, una nuova ospitalità per l’uomo moderno. Così come diceva Oscar Niemeyer. “ il nostro compito è di creare oggi il passato di domani”. Sono sicura che fra qualche decennio, quando il candore del ponte, cederà sottomesso al grigiore della fuliggine ferroviaria e si confonderà nel contesto, sarà tutta un’altra storia, ma forse saranno cambiati anche i tempi, e per le discriminazioni e i pregiudizi di ogni tipo, speriamo, non ci sia più posto.

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