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Finale 1979 - Nottingham Forest vs Malmoe 1 a 0

condividi su facebook condividi su twitter 13-02-2015

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Finale 1979 - Nottingham Forest vs Malmoe 1 a 0

Nel 1979 gli ultimi giorni del mese di maggio sono ricchi di appuntamenti di rilievo nel panorama calcistico internazionale. Appena cinque giorni dopo la bellissima amichevole disputata all’Olimpico di Roma tra Italia e Argentina, in un altro stadio Olimpico, quello di Monaco di Baviera, si tiene la finale di Coppa dei Campioni. Protagoniste le due squadre rivelazione dell’annata: gli svedesi del Malmoe e i concittadini di Robin Hood, usciti dalle foreste di Sherwood a seminare bel calcio e vittorie, nella prima delle loro trionfali campagne d’Europa: il Nottingham Forest. La strada per la finale non ha lasciato scampo ai rispettivi opponenti, travolti dalla forza di due squadre che si affacciano per la prima volta alle porte della finale: la vincitrice eguaglierà i record dell’Inter del ’63 e del Celtic del ‘67 che, alla loro prima partecipazione nella massima competizione europea per club, vinsero il trofeo. Al primo turno il Nottingham elimina addirittura i campioni in carica del Liverpool, mentre le altre squadre partite coi favori del pronostico, come la Juventus e il Real Madrid, escono di scena prima ancora della pausa invernale.

Gli svedesi non arrivano all’appuntamento nelle migliori condizioni: Bo Larsson e Roy Andersson sono fuori per infortunio mentre il capitano Tapper si rompe un dito nell’allenamento di rifinitura. Il Nottingham Forest, invece, è all’apice della sua storia: nel giro di due anni è passato dalla seconda divisione inglese alla finale di Coppa dei Campioni. Il suo condottiero è l’allenatore Brian Clough, burbero e scostante ma capace di portare idee nuove in un calcio come quello inglese molto legato a schemi tradizionali che col tempo andranno a morire. Tifoso ed ex allenatore dei rivali del Derby County, nel gennaio del 1975 venne chiamato a guidare il Nottingham Forest, che portò nella massima serie nel 1977 e al titolo di campione d’Inghilterra l’anno successivo. Un’escalation inarrestabile fino a questa finale, dove l’undici che veste “the Garibaldi” arriva col vento dell’entusiasmo in poppa. Già, perché il rosso acceso delle maglie del Nottingham Forest è proprio un omaggio all’eroe dei due mondi, capitato in Inghilterra nel 1864, acclamato dalle folle della piccola e media borghesia locale che si riconoscevano appieno nei valori che Garibaldi stesso rappresentava. Tra quelli che avevano osannato uno dei maggiori esponenti del risorgimento italiano c’erano anche coloro che, l’anno successivo, fondarono il Nottingham Forest e imposero il colore rosso alle maglie della squadra sin dalla prima partita.


Nel 1979 il calcio, Coppa dei Campioni inclusa, non è soggetto alla sovraesposizione mediatica degli anni a venire. Capita, quindi, che la finale del torneo possa non sono non essere vista in diretta televisiva ma che non venga trasmessa affatto: questione di palinsesti e di costo dei diritti che non sempre la Rai è disposta ad acquistare. Dopo attente indagini portate avanti sul giornale quotidiano e ascoltando gli annunci delle trasmissioni serali, scopro che sono fortunato a metà: un’ampia sintesi del match verrà data in differita intorno alle undici. Non ci metto molto a ottenere il permesso di rimanere alzato per vederla perché a mio padre fa piacere guardarla in compagnia.

All’Olympiastadion la lettura delle formazioni in campo dà chiare indicazioni su chi veste i panni del favorito. Gli svedesi presentano un buon collettivo, privato dei suoi migliori elementi a causa degli infortuni; sotto le casacche più accese degli inglesi battono i cuori di gente come Peter Shilton, Tony Woodcock e Trevor Francis, attaccante strappato per più di un milione di sterline al Birmingham City, che qualche anno più tardi sarà protagonista in Serie A con la Sampdoria. Il sinuoso stadio di Monaco non è gremito in ogni ordine di posto visto il seguito non oceanico di due squadre che arrivano la prima volta sul tetto d’Europa.
Si parte e il tema del match è chiaro dai primi minuti: inglesi all’attacco e Malmoe ripiegato su se stesso per limitare i danni causati dalle assenze e provare a trovare dei varchi occasionali in attacco. Il Nottingham usa molto le fasce per impostare le azioni, arrivando spesso ai cross dal fondo per servire in area gli attaccanti, diversificandosi in questo dal tipico gioco delle formazioni inglesi, spesso routinarie nel proporre cross dalla tre quarti campo indirizzati all’incornata del centravanti di peso. A sinistra spinge molto lo scozzese John Robertson mentre sulla destra ruba l’occhio un giovane terzino dal nome agile come il suo passo, Viv Anderson. Unico giocatore di colore in campo, primo nero a vestire la maglia della nazionale di Sua Maestà, Anderson colpisce per i movimenti e la fluidità con cui presidia la sua zona di campo. Spalle larghe e gambe da mezzofondista, incede spesso in progressioni continue che nobilitano un ruolo interpretato spesso da rudi mastini. Indossata da lui, la “Garibaldi” richiama davvero, sulla fascia destra, gli assalti risorgimentali.
Nonostante la supremazia territoriale, il Nottingham Forest non riesce a creare molte occasioni da gol. Nel primo tempo l’azione più pericolosa parte da destra, dove Francis riesce a mettere in mezzo dalla linea di fondo un pallone sul quale Robertson si avventa colpendo il palo alla destra di Moller.

Alla fine di una prima frazione di gioco non indimenticabile, mio padre, dopo l’ennesima lunga giornata di lavoro, getta la spugna: “Io vado a dormire” mi dice con lo sguardo stanco. Riesco a strappare l’autorizzazione per vedere il secondo tempo da solo, con la promessa che, al massimo a mezzanotte, mi coricherò anch’io. Resto così da solo, sentendomi già adulto, ad ascoltare i sussurri della notte: il motore di una macchina, acuito dal silenzio, che sfreccia in curva a tutta velocità prima di scomparire chissà dove; il passo appesantito di un autobus all’ultima corsa che scala la marcia prima di stopparsi alla fermata. Penso a domani, alla festa di compleanno di una compagna di classe, l’ultima dell’anno, prima degli esami per i quali sto studiando tutti i pomeriggi la rivoluzione russa e l’Infinito. Gusto l’attesa di quell’ultimo pomeriggio da passare insieme che, tra tramezzini e coca cola, farà calare il sipario sul periodo più felice della vita, al suono delle note imperiture della disco anni 70 di Rod Stewart, Patrick Hernandez e dei Bee Gees, mentre la Rai comincia a trasmettere le immagini del secondo tempo. Passano pochi secondi prima che il solito John Robertson, partendo dalla tre quarti, punti due difensori svedesi, li salti con un allungo veloce e metta al centro dell’area un cross arcuato, forse troppo alto perché il portiere lo possa smanacciare, che cala alla perfezione sull’inserimento di testa in tuffo di Trevor Francis per il gol che vale l’1-0.

Nei minuti successivi, Birtles e ancora Robertson falliscono delle buone occasioni senza che questo possa creare qualche rammarico agli inglesi, dal momento che il Malmoe conferma in questa serata l’incapacità assoluta di giocare alla pari.

Il Nottingham vince così la sua prima Coppa dei Campioni, la terza di fila per i sudditi della regina, dopo la doppietta del Liverpool nei due anni precedenti. E la storia, per gli uni e gli altri, non finisce qui. 

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