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Scopriamo Boston, la città del presidente Pallotta e sede del ritiro della Roma

condividi su facebook condividi su twitter 24-07-2016

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Scopriamo Boston, la città del presidente Pallotta e sede del ritiro della Roma

PAOLO VALENTI - La Roma in ritiro a Boston: allenamenti nei pressi di Harvard e passeggiate in centro nelle ore libere, dove i giocatori hanno potuto apprezzare il fatto di camminare indisturbati dalle attenzioni dei passanti che, a Roma, sarebbero state ingestibili. Questa è solo una delle differenze tra la capitale del Massachusetts e quella italiana: due mondi lontani e diversi legati dalla figura del proprietario giallorosso James Pallotta. Come già accennato, Boston è la capitale del Massachusetts, centro economico e culturale di riferimento dell’area nord orientale degli Stati Uniti, che conta poco più di 600.000 abitanti e un’area metropolitana  da 4,5 milioni di persone. Una delle città più antiche degli Stati Uniti, essendo stata fondata nel 1630 da un gruppo di puritani inglesi che, come i Padri Pellegrini, avevano deciso di lasciare la madrepatria. Nel tempo Boston si è saputa costruire la fama di centro culturale di eccellenza: l’università di Harvard e il Massachusetts Institute of Technology hanno sede nell’area metropolitana e da sempre danno lustro alla città. E’ qui che, alla fine del XIX secolo, arrivarono in massa gli espatriati irlandesi, alla ricerca di lavoro e cibo che la carestia del loro paese spingeva a cercare oltreoceano. Fu poi il turno degli italiani e dei portoghesi a contribuire al mutamento dell’assetto etnico e religioso della città, sempre più cattolica.  Oggi i flussi migratori provengono dall’America meridionale e dal sudest asiatico.

Appena arrivati all’aeroporto internazionale Logan, prendere un taxi, anche se costoso, è il modo più immediato per cominciare a guardarsi intorno e capire la struttura della città, moderna dai sobborghi al centro senza presentare quei connotati architettonici estremi che proiettano lo sguardo solo verso la punta dei grattacieli più alti. Boston, soprattutto nel suo centro storico, presenta dettagli di gusto più sobrio, dai muri in cortina marrone alle case di altezza normale, che ne evidenziano il tocco europeo. Il centro della città è delizioso, ben ordinato e pieno di verde: negozi raffinati, ristoranti costosi, un parco pubblico, Boston Common, dove il flusso di runners che scorre a tutte le ore della giornata, soprattutto al mattino presto e nel tardo pomeriggio, è ininterrotto. Nella zona del North End, invece, si trova una sorta di Little Italy, con numerose attività commerciali e ristoranti di chiara matrice tricolore. E’ a pochi passi dall’ingresso del quartiere che si trova il ristorante gestito dalle sorelle di James Pallotta, Nebo (http://neborestaurant.com/), presso il quale il presidente della Roma ha più volte ospitato giocatori e dirigenti durante le loro permanenze nella città. Proprio da Nebo avvenne il famoso colloquio tra Pallotta e Benatia nell’estate del 2014, a seguito del quale il presidente si lasciò scappare la famosa affermazione che il difensore marocchino non avrebbe lasciato la Roma, smentita pochi giorni dopo dalle vicende di mercato.

Altra location bostoniana marcata dalla presenza della Magica è il Fenway Park, lo stadio di baseball dei Red Sox situato vicino a Kenmore Square, dove Roma e Liverpool giocarono un’amichevole nell’estate del 2012 vinta dalla compagine allora guidata da Zeman per 2-1. Risultato illusorio, proprio come un sogno di mezza estate, per una stagione decisamente negativa che finì con la sconfitta in finale di Coppa Italia contro la Lazio.
Boston e Roma, due realtà lontane e diverse, che uno yankee dal sangue italiano sta caparbiamente cercando di unire in un progetto che, agli occhi di molti, sembra irrealizzabile e che solo la forza di un visionario e il gusto per le sfide impossibili possono portare a compimento. Il tempo dirà se saranno le velleità di grandezza di un imprenditore italoamericano o le forze reazionarie di una città, antica nella mentalità più che nei suoi monumenti, a vincere la sfida. Noi, da tifosi, non possiamo che gridare: don’t give up, James!      

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