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Mario Kempes, El Matador

condividi su facebook condividi su twitter 05-09-2015

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Mario Kempes, El Matador

(Prima parte) - Mario Alberto Kempes, il capocannoniere dei mondiali del 1978, nacque a Bell Ville, nella provincia di Cordoba, il 15 luglio 1954. Figlio di immigrati come la gran parte del popolo argentino: la mamma di origini italiane, Eglis Teresa Chiodi; il padre, Mario Quemp, tedesco andato a cercare fortuna nell’America meridionale dopo la seconda guerra mondiale, quando in Germania era tutto da ricostruire e la fame mordeva la vita di tutti i giorni. Fu la fantasia e l’ignoranza di un addetto all’anagrafe a creare quel cognome così originale e diverso che però al signor Quemp piacque subito, forse perché rappresentava l’inizio di una nuova vita.
Mario Alberto, sin da piccolo, evidenziò una passione per il pallone inversamente proporzionale all’applicazione agli studi. In questo, però, non trovò ostacoli in famiglia: il padre, che faceva il carpentiere, aveva giocato come dilettante nel ruolo di mediano avanzato. Quale padre che ha giocato a calcio a qualsiasi livello riesce a rimproverare il figlio perché gioca a pallone? E, del resto, come poteva quel ragazzino non avere il futbol nel dna, avendo per la prima volta messo piede in uno spogliatoio all’età di un anno, proprio per seguire una partita del papà?
Mario Alberto cominciò prestissimo a far parte di una squadra: a sette anni era nella juniores di Bell Ville, a quattordici entrò nelle riserve del Talleres. La grande occasione arrivò a diciassette anni, quando il presidente del Club Instituto di Cordoba, chiacchierando con il falegname presso il quale Mario Alberto aveva cominciato a lavorare, che era anche il padrone della squadra dove giocava, gli domandò se fosse vero che quel ragazzo segnava gol a raffica. “Verissimo” si sentì rispondere.
“Bene, allora me lo prendo”.
“Guarda che il ragazzo ha stoffa, mica lo puoi prendere gratis”.
“Dai, su, poi in qualche modo sistemiamo”.
“Facciamo così: gli fai giocare un’amichevole. Se non segna nel primo quarto d’ora te lo do gratis. Altrimenti ci accordiamo sul prezzo”.
La domenica mattina dell’amichevole, Mario Alberto arrivò al campo con l’autobus presentandosi con un nome diverso: Mario Aguilera. Il nome di Kempes aveva già cominciato a girare, forse quello fu un modo per scaricare il nervosismo o semplicemente per farsi valutare senza pregiudizi. Di fatto, il primo gol lo fece proprio allo scadere del quarto d’ora iniziale, altri tre ne arrivarono nel corso della gara. Venne richiamato per un torneo quadrangolare, dove continuò a segnare. Fu sufficiente per convincere il Club Instituto a versare tre milioni di pesos e mettere sotto contratto il ragazzo. Era il 10 marzo del 1972 e, nella stagione successiva, Kempes confermò tutte le sue potenzialità mettendo a segno undici gol in tredici partite. La sua ascesa fu inarrestabile: nel 1974 passò al Rosario Central, dove diventò subito capocannoniere guadagnandosi la convocazione al mondiale di Germania. Capocannoniere anche l’anno successivo, Kempes è ormai El Matador, soprannome che lo accompagna ancora oggi, miglior marcatore di sempre nella storia del club.
Nel 1976 l’allenatore del Valencia, in Spagna, è un certo Alfredo Di Stefano. Anche lui argentino, seppur naturalizzato spagnolo, ha notato la crescita di questo ragazzo dai capelli lunghi, veloce e dal tiro potente. Lo vuole in squadra e convince la società ad acquistarlo per 600.000 dollari. Anche a Valencia la musica non cambia: Kempes segna valanghe di reti che fanno innamorare la città e, in particolare, Maria Vicenta Moll, che diventa sua moglie. A Valencia Kempes è adorato, rispettato, considerato un re. Ancora oggi, sui social network, decine di persone lo ricordano con affetto, invitandolo a cena quando sanno che passerà di là. E’ qui che raggiunge l’apice della sua carriera, diventando capocannoniere della Liga per due anni di fila (1976-77 e 1977-78) e convincendo il tecnico della nazionale albiceleste Cesar Menotti a inserirlo nei ventidue che parteciperanno al mondiale del 1978, unico della rosa a non giocare in un club argentino.
La situazione è delicata: il capo dello stato, il generale Videla, da buon dittatore vuole sfruttare l’evento sportivo a fini di propaganda politica interna ed esterna e il fatto che in nazionale vadano a giocare elementi espatriati a raccogliere gloria e denaro non è visto di buon occhio. Kempes divide l’opinione pubblica sull’opportunità o meno della sua convocazione ma alla fine, proprio per i fini che perseguono i generali, la sua presenza alla manifestazione viene “autorizzata”: Mario è il figliol prodigo che torna a casa a difendere i colori della patria.
La pressione sulla nazionale è altissima e in qualche modo la squadra ne risente: nelle prime due partite l’Argentina vince di misura contro Ungheria e Francia e perde lo scontro clou con l’Italia che vale il primo posto del girone. Kempes, schierato sempre titolare, non brilla e non segna. I ragazzi di Menotti, per guadagnarsi la finale, dovranno vedersela con Brasile, Perù e Polonia. Mario è inquieto: sente la competizione, il suo compagno di reparto, Luque, ha già fatto due gol e sa, in qualche modo, di essere considerato diversamente rispetto agli altri. Il tecnico Menotti, nel viaggio che porta la squadra a Rosario per il match contro la Polonia, si avvicina a Kempes:”Io con questi baffi non ti ho mai visto segnare. Perché non te li tagli?”. Mario si definisce un cattolico praticante ma, si sa, tra i latini la religione è spesso contigua alla scaramanzia. E così, quando Deyna e Passarella si scambiano i gagliardetti a centrocampo, Kempes ciondola negli ultimi blandi passi di riscaldamento col volto rasato. Che sia per suggestione o mero corso naturale degli eventi, Mario in quella partita dismette i panni del giocatore oscuro che era stato fino a quel momento e mostra finalmente il volto del Matador, segnando un gol per tempo e salvando sulla riga con un plastico intervento di mano il pareggio della Polonia quando il risultato è ancora in bilico. Ci pensa Fillol a parare il conseguente rigore e a mantenere la porta inviolata.

Dopo il pareggio col Brasile, l’albiceleste, per accedere alla finale, deve battere il Perù con uno scarto di tre reti segnandone almeno cinque. Il risultato finale è un cappotto tennistico tra i più chiacchierati nella storia dei mondiali. Il regime ci mette le mani, promettendo aiuti al governo peruviano e andando a gonfiare le tasche del portiere Quiroga, peraltro di origine argentina.

(Fine prima parte)

Fonte: a cura di Paolo Valenti

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