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Albertosi, le ali della libertà (Prima parte)

condividi su facebook condividi su twitter 03-12-2015

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Albertosi, le ali della libertà (Prima parte)

Le poche volte che mi capita di passare sull’A15, l’autostrada che collega Parma e La Spezia attraverso l’Appennino, se sono in compagnia di mia moglie, alla segnalazione dell’uscita per Pontremoli recito sempre la stessa frase:Pontremoli, città natale di Enrico Albertosi, nato il 2 novembre 1939, portiere del Milan della stella”. Lei mi guarda attonita, con uno sguardo a metà tra stupore, incomprensione e distacco. Chiosando con uno “Tu non stai bene” che dice tutto riguardo all’interesse che nutre per l’argomento.
Enrico Albertosi, di Pontremoli appunto, provincia di Massa Carrara. Portiere da sempre, anche quando, adolescente, fa le prime esperienze da calciatore difendendo i pali della squadra del suo paese. Passaggio successivo a La Spezia prima del grande salto a Firenze a fare il secondo a un mito come Giuliano Sarti, poi portiere dell’Inter di Herrera che vincerà tutto: Sarti, Burgnich, Facchetti… Il battesimo in serie A arriva a Livorno a diciannove anni contro la Roma, partita non giocata nella capitale per una squalifica del campo dei giallorossi. Enrico rientra negli spogliatoi con la porta inviolata ma, soprattutto, con un’ottima prestazione costruita su quello che sarà il repertorio tecnico di tutta la sua carriera: interventi appariscenti e poca emotività. Tanto da attrarre le osservazioni compiaciute di Nicolò Carosio che, nel commento alla partita, nota, oltre alle sue doti tecniche, il fatto che non sia “per nulla commosso” davanti all’attenzione della gente che gli fa i complimenti per la prestazione e la futura carriera. Carriera che, nei primi cinque anni in viola, è frenata dalla presenza, come detto, di Sarti, nonostante la convocazione ai mondiali cileni del 1962 come terzo portiere faccia capire la considerazione di cui gode tra gli addetti ai lavori. E’ nell’anno successivo, con la partenza del titolare verso Milano, che Albertosi si prende definitivamente la porta dei viola, consolidando anche la sua posizione in maglia azzurra. Ai mondiali inglesi del 1966 è lui il titolare nella sciagurata partita contro la Corea del Nord che determina l’eliminazione dell’Italia dalla competizione e la sua temporanea esclusione dal giro della nazionale nei mesi successivi. L’ostracismo nei suoi confronti dura poco, anche perché i migliori portieri in circolazione sono lui e Zoff, così bravi, così diversi. Dino è un friulano doc, massima serietà che sconfina nella noia per chi sui portieri vuole costruire storie da raccontare: discreto e senza colpi di testa nella vita privata, sobrio e terribilmente essenziale nell’interpretazione del ruolo, basata soprattutto sul senso della posizione e il tempo giusto negli interventi. L’opposto di Enrico, tanto esuberante fuori dal campo quanto spettacolare nei voli che compie in mezzo ai pali. Una rivalità che andrà avanti fino ai mondiali del 1974 in Germania, quando Albertosi collezionerà la sua quarta partecipazione nella massima competizione calcistica.
Ai vittoriosi campionati europei di Roma 68, è Zoff il titolare della selezione che batte la Jugoslavia nella doppia finale che porta agli azzurri la prima e finora unica affermazione nel torneo. Quell’anno, dopo dieci stagioni di militanza a Firenze, Enrico lascia i viola per andare a giocare nel Cagliari di Gigi Riva. Dopo pochi mesi sembra una scelta sbagliata, perché il campionato 1968-69 viene vinto proprio dalla Fiorentina. Albertosi deve aspettare ancora un anno prima di prendersi il suo scudetto sull’isola. Una vittoria che probabilmente vale di più, dal momento che i giocatori che indossano la maglia rossoblù quell’anno rimarranno scolpiti nella memoria dei sardi per sempre come eroi senza tempo. Il numero uno di Pontremoli si supera, incassando la miseria di undici reti in trenta partite, una delle quali su rigore e due frutto di autoreti dei compagni: record assoluto nei campionati di serie A a sedici squadre. Un’annata eccezionale, che consente ad Albertosi di riprendersi la maglia da titolare della nazionale proprio nell’anno dei mondiali in Messico: dopo quattro anni, una Corea e un Europeo vittorioso, spetta di nuovo a lui difendere la porta dell’Italia. 

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