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Ricky Albertosi, le ali della libertà (Seconda parte)

condividi su facebook condividi su twitter 04-12-2015

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Ricky Albertosi, le ali della libertà (Seconda parte)

Nel 1970 Albertosi, dopo essere entrato nella storia del Cagliari, entra di diritto anche in quella della nazionale e del calcio mondiale, disputando da protagonista la semifinale Italia-Germania. Forse, più che per le sue parate, per l’acceso scambio di vedute che vede coinvolti lui e Gianni Rivera in occasione del gol dell’ultimo pareggio dei tedeschi, quando Gerd Mueller riesce a indirizzare il pallone tra Rivera stesso e il palo al quale il dieci milanista è appostato. Albertosi sente la frustrazione di non poter essere intervenuto: forse, se Rivera non fosse stato lì, avrebbe potuto sfoderare uno dei sui voli prodigiosi, smanacciare quel pallone in calcio d’angolo, consentire all’Italia di resistere in vantaggio per altri dieci minuti e arrivare in finale. Vedere Gianni lì, imbambolato, incapace di opporsi a quella carambola che porta beffardamente il pallone in rete, impedendo a Ricky di porre l’estremo rimedio, è un momento di rabbia mostrato in mondovisione a milioni di persone, un fiume di parole irripetibili che spingono il Golden Boy, sessanta secondi dopo, a mettere il suggello finale, definitivo e vittorioso a quello che diventa “el partido del siglo”, la cui memoria viene tramandata ancora oggi da una targa celebrativa apposta all’esterno dello stadio Azteca di Città del Messico. La finale col Brasile sarà senza discussioni, un mero spunto per gli articoli dei giornalisti sulla staffetta di sei minuti tra Mazzola e Rivera. Col mondiale messicano, Albertosi raggiunge l’apice della sua carriera in nazionale: giocherà altre sette partite, l’ultima in amichevole contro la Bulgaria nel giugno del 1972. Poi più nulla, anche se rimane nel giro e viene incluso nella lista dei ventidue che vanno al mondiale tedesco del 1974.
Quello è anche l’anno del passaggio di Ricky al Milan: ha trentacinque anni, qualcuno sussurra che è vecchio. Lui lascia parlare: continua a giocare per altri sei anni nelle fila dei rossoneri, vincendo il suo secondo scudetto, il decimo per il Milan, da titolare inamovibile. Maglia Adidas gialla a manica lunga, pantaloncini e calzettoni neri, scarpini Tepa Sport, baffi e capelli lunghi: almeno un volo a partita, un salvataggio estremo a rubare il pallone dall’abbraccio mortale della rete, la schiena arcuata allo stesso modo dei portieri del Subbuteo. Uno spettacolo continuo, un insulto agli anni che, passando, irrigidiscono muscoli, articolazioni e colpo d’occhio. Lui no, nonostante le sigarette e le avventure al femminile:”Se faccio l’amore al sabato, la domenica gioco meglio” ama dire di se stesso. Aneddoti a non finire: ai giornalisti che gli chiedono come mai, a quarant’anni, giochi ancora così bene, risponde senza pudore:”Perché in campo non metto le mutande”. Nessuno meglio di Nereo Rocco riesce a descriverlo in un dialetto veneto per i più incomprensibile che, tradotto, più o meno suona così:”Ha tutto quello che non posso sopportare: beve, fuma, fa tardi la sera, è pieno di donne, scommette sui cavalli. Ma me lo tengo stretto perché è il miglior portiere del mondo”.       
La sua avventura nel calcio che conta finisce nel 1980, quando si trova coinvolto nello scandalo del primo calcio scommesse e passa qualche giorno a Regina Coeli. Trova il modo di essere beffardo anche su questa parentesi buia:”In galera ho mangiato i migliori bucatini all’amatriciana della mia vita. Li cucinava un truffatore che stava nel nostro braccio”. Viene squalificato per quattro anni, ridotti poi a due in seguito all’amnistia decretata  per la vittoria degli azzurri ai mondiali di Spagna. Grazie, tra gli altri, proprio a Dino Zoff, il suo eterno rivale, il modo opposto di essere portiere e azzurro.
Albertosi chiude la carriera nell’Elpidiense
, formazione marchigiana che milita in serie C2, per un serio problema al ginocchio che, a quasi quarantacinque anni, lo costringe a smettere. Finisce così la sua parabola calcistica, col primo infortunio grave che cancella un modo di essere portiere che non ha avuto eredi.
Passata l’uscita per Pontremoli, della sua storia ricordo ogni volta frammenti diversi. Alla fine, l’ultimo pensiero vola e si esaurisce in quell’immagine plastica dell’Albertosi quarantenne che schiaffeggia in calcio d’angolo un pallone altrimenti destinato all’incrocio dei pali: un angelo cacciato dal paradiso al quale sulla maglia gialla sembrano rimaste stampate le ali della libertà.

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