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Kaiser Franz (Prima parte)

condividi su facebook condividi su twitter 09-02-2016

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Kaiser Franz (Prima parte)

Il Piscinin, Kaiser Franz, il Capitano: soprannomi che sanno di leggenda. Quella di Franco Baresi, nato libero in altri tempi e successivamente evolutosi in un moderno, inarrivabile difensore centrale, a testimoniare che i campioni sanno brillare nel calcio di qualsiasi epoca, con ogni modulo. Bandiera come pochi nel nostro calcio, la stessa maglia per una vita come Rivera, Maldini, Totti.  Ragazzino nei primi anni settanta, approfitta del fratello maggiore che è già inserito nelle giovanili dell’Inter per fare un provino. Il fisico è ancora minuto, manca di qualche centimetro:”Magari il prossimo anno” è la sentenza di Italo Galbiati, futuro secondo sulle panchine di Fabio Capello. La solita frase di circostanza? No, perché l’anno successivo è Galbiati stesso a chiamarlo, questa volta a Milanello, e a dirgli che va bene, può mettere quella maglia addosso anche se ancora Franco non sa che sarà per sempre. Comincia la trafila nelle giovanili rossonere arrivando fino agli Allievi allenati proprio da Galbiati e, nella stagione 1977-78, alla Primavera. Sempre in difesa, in bilico tra terzino e libero, comincia a testare gli allenamenti della prima squadra, dove giocano mostri sacri come Albertosi, Bigon, Collovati e Capello. Nel giro di pochi mesi la vita gli fa assaggiare la disperazione più cupa e le gioie più esaltanti: corrono poche settimane dalla morte del padre all’esordio in serie A, il 23 aprile 1978 al Bentegodi nella vittoriosa trasferta contro i gialloblù. Turone è squalificato, Liedholm si fida e lo manda in campo dall’inizio. Qualche problema di nervi con Albertosi, che si fida meno del Barone e gli urla sempre di stare attento anche quando magari non ce n’è bisogno. Ma, a fine partita, i complimenti di Rivera valgono più di qualsiasi ramanzina. Sono loro gli antipodi della squadra che l’anno successivo vincerà il decimo scudetto: il regista avanzato e quello arretrato, il capitano presente e quello del futuro. Entrambi con la capacità di giocare a testa alta e palla tra i piedi, quella caratteristica che è tipica solo dei veri campioni. E’ l’anno della consacrazione per Franco, che negli allenamenti precampionato convince definitivamente il Barone a puntare su di lui senza la necessità di dover arretrare Bigon in difesa. Il primo anno da titolare di una lunghissima serie che arriverà fin quasi agli scorci del nuovo secolo. Il fratello Beppe è già conosciuto e quasi in odore di Nazionale, ma si vede da lontano che il Baresi più forte è questo ragazzino che veste la maglia rossonera senza nessun complesso, perché le maglie pesanti affaticano solo le spalle dei giocatori che non le possono indossare. Beppe Viola, in un servizio per la Domenica Sportiva, lo definisce senza riserve come il “miglior libero d’Italia, Freda e Ventura esclusi”, facendo riferimento ai due terroristi neri all’epoca latitanti. Vederlo giocare è uno spettacolo: il modo feroce con cui punta gli attaccanti per rubargli il pallone, i recuperi veloci sugli uomini lanciati in contropiede, il raro ricorso alle scivolate, alle quali preferisce scelte di tempo sontuose accompagnate da una tecnica di base invidiabile per un difensore. Abilissimo anche in fase di impostazione, quando esce dall’area a testa alta cercando i compagni adatti a impostare le ripartenze. Paradossale che, varcata la soglia del centrocampo, le sue capacità appassiscano vistosamente, come se lo spazio avversario fosse la sua personale criptonite: 531 partite di campionato con la maglia milanista e la pochezza di 16 gol, molti dei quali su rigore, certificano un’idiosincrasia alla metà campo avanzata quasi inspiegabile per un giocatore del suo talento. Lo stesso Bearzot, primo selezionatore a convocarlo nella nazionale maggiore, cerca di ritagliargli uno spazio come mediano per sfruttarne le doti che, in difesa, vengono frenate da un libero del calibro di Scirea. Ma senza successo, tanto che Baresi dovrà rinunciare alla maglia azzurra per gli screzi avuti col tecnico friulano proprio a causa di quella posizione in mezzo al campo che Franco non ha mai sentito sua.

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