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Simply the Best (Seconda parte)

condividi su facebook condividi su twitter 17-11-2015

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Simply the Best (Seconda parte)

E’ difficile avere il mondo ai tuoi piedi a vent'anni, soprattutto se la bella vita ce l’hai dentro come una vocazione. Best ama il calcio ma, allo stesso modo, adora l’alcol, le belle donne e le auto di grossa cilindrata. Il suo insaziabile istinto fanciullesco lo guida alla ricerca del piacere immediato: un difensore dribblato a ritroso e saltato più di una volta, una ragazza che si concede facilmente, una bottiglia da consumare per ammorbidire i contorni della coscienza. Ancora per due anni la vita extra calcistica non intacca le sue prestazioni, anche se la squadra non riesce a ripetersi ai livelli del recente passato. E’ nel 1970 che George comincia a risentire anche in campo del suo squilibrio interiore: riceve una multa dalla Football Association per aver subito tre ammonizioni per cattiva condotta. Inoltre la società lo sospende due settimane per aver saltato una partita contro il Chelsea a causa di un weekend trascorso con l’attrice Sinead Cusack. Sono episodi sempre più frequenti che lo portano al deterioramento del rapporto con lo United, avviato in quel periodo ad un declino che Best mal sopporta. Annuncia a più riprese il ritiro salvo ripensarci pochi giorni dopo. Salta gli allenamenti, sempre più vittima dei suoi eccessi. La sua ultima partita con il Manchester è datata 1° gennaio 1974, una sconfitta per 3-0 contro il Queens Park Rangers che prelude alla retrocessione.
A ventotto anni George Best è senza contratto e comincia a girovagare di squadra in squadra senza impegni a lungo termine. E’ il globetrotter di se stesso, porta in giro la sua classe arrugginita e i suoi stravizi dal Sudafrica all’Irlanda passando per la quarta divisione inglese. Nel 1976-77 riesce a disputare un campionato discreto con il Fulham, poi attraversa l’oceano e approda ai Los Angeles Aztecs prima e ai Ft. Lauderdale Strikers successivamente. Torna nel Regno Unito per giocare con l’Hibernian, poi di nuovo la NASL con i San Josè Earthquakes. Spiccioli di una carriera che lo vede comparire anche nel campionato australiano.
La sua vita privata, anche al termine dell’attività agonistica, rimane segnata dalla dipendenza dall’alcol, come quella della madre, scomparsa nel 1978. Un’altalena continua tra necessità di disintossicarsi e voglia di riprendere, nonostante l’affetto delle persone che gli vogliono bene. Si, perché Best ne ha di persone che gli vogliono bene, che tentano in ogni modo di non farlo cadere nella sua debolezza più forte. Nel film che descrive la sua vita interpretato da John Lynch, uscito in Italia nel 2002, questo tratto viene marcato con chiarezza. L’alcol rimane un rifugio, un attimo di momentaneo sollievo, una fuga estemporanea dalla difficoltà di vivere. O, semplicemente, una scorciatoia ingannevole verso la felicità, quella che l’asso irlandese ha sempre inseguito per le vie sbagliate, trovandola estemporaneamente sui prati verdi dell’Inghilterra degli anni sessanta tra dribbling, corse mozzafiato e gol da urlo. Una felicità trasmessa agli amanti del calcio, che per la sua genialità “professionale” ma in fondo anche per le sue fragilità personali, lo hanno sempre portato nel cuore. Fino al giorno in cui, tra mille polemiche, Best ha un trapianto di fegato. Fino a quando, nel 2005, sulla sua avventura nel mondo cala il sipario in un letto d’ospedale. A soli 59 anni il quinto Beatle, come era stato soprannominato una quarantina d’anni prima dopo una serata di coppa nella quale il suo talento puro aveva illuminato Lisbona, trova finalmente pace, quella pace che nel suo percorso mondano aveva sempre abilmente scartato.
George riposa oggi a fianco della madre. Belfast, a imperituro ricordo del suo figlio più famoso, gli ha dedicato lo scalo aeroportuale. Nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare, è rimasto il rammarico per una vita diversa, fatta di più anni spesi all’Old Trafford, meno alcol, più dribbling e più gol. Una vita che sarebbe stata forse migliore ma certamente non sua. Perché, alla fine, il migliore è stato lui: George Best.  

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