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Quel 17 luglio che non portò fortuna

condividi su facebook condividi su twitter 17-07-2016

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Quel 17 luglio che non portò fortuna

17 luglio 1994, una domenica come oggi. Una data particolare, perché da mesi sapevo che sarebbe stata il giorno della finale dei Mondiali di USA 94. L’avevo studiata, con attenzione e un pizzico d’ansia, perché in quel giorno sapevo che avrei voluto essere in Italia: se la nazionale fosse arrivata in finale, non avrei saputo sopportare la lontananza dagli amici con cui passavo serate intere a vedere partite, discutere di calcio, tifare. E così, quando a gennaio di quell’anno programmai i voli di andata e ritorno per andare a studiare negli Stati Uniti, tirai un sospiro di sollievo quando vidi che gli esami dei corsi si sarebbero tenuti il 15 luglio. Prenotai il volo di ritorno con partenza il 16: la mattina del giorno dopo sarei atterrato a Fiumicino. Se l’Italia fosse arrivata in finale, avrei potuto seguirla con gli amici a cui ero inesorabilmente legato. E l’Italia in finale ci arrivò, dopo un percorso tortuoso passato per una qualificazione col meccanismo del ripescaggio delle migliori terze classificate e partite ad eliminazione diretta al cardiopalma nelle quali, tra meriti e fortuna, la stella di Roberto Baggio illuminò il cammino della squadra voluta da Arrigo Sacchi, chiamato alla guida dell’Italia per riproporre i fasti del grande Milan di Berlusconi. Fu proprio lui, il Divin Codino, a guidarci all’ultimo passo con una fantastica doppietta in semifinale con la Bulgaria. Fu sempre lui a tenere in ansia un’intera nazione quando fu costretto a uscire dal campo scuro in volto per un evidente problema muscolare che ne mise in forte dubbio la presenza nella partita col Brasile.
Quella mattina del 17 luglio 1994 atterrai a Fiumicino alle otto della mattina. Stanchezza e sonno da recuperare, caldo torrido che pensavo aver lasciato alle spalle nelle riarse pianure degli Stati Uniti del sud. Anche in Italia, invece, il caldo mi aggrediva, lasciandomi senza fiato, montando pensieri e inquietudini non legate solo all’esito della finale. La mia ragazza sarebbe tornata ad abbracciarmi? Pochi mesi di lontananza a vent’anni possono cambiare tante cose. Ed io, nel afa debilitante di quella domenica, perdevo lucidità e fiducia.  Dovevo tornare a casa, farmi una doccia e provare a dormire. La sera sarebbe arrivata, il calcio d’inizio avrebbe cancellato la stanchezza e tutto il resto almeno per novanta minuti. In realtà sapevo che questo poteva funzionare a regimi normali. Ma sotto jet lag, dopo un pomeriggio passato a rigirarmi nel letto senza chiudere occhio, uscire di casa per vedere la finale fu un atto di forza che pagai con l’impossibilità di concentrarmi solo sulla partita. Baggio, alla fine, volle giocare a tutti i costi, praticamente semifermo a causa del problema muscolare accusato nella partita contro la Bulgaria. Al Rose Bowl di Pasadena il sole picchiava implacabile sui corpi di giocatori arrivati allo stremo delle energie dopo un mese di sudorazione ininterrotta, partite e allenamenti intervallati da trasferimenti senza fine, l’aria condizionata che prometteva ristoro col rischio d’ammalarsi. Una finale che si trascinò carponi verso i tempi supplementari e i rigori, maledetti dagli azzurri già quattro anni prima al San Paolo di Napoli contro l’Argentina di quel Maradona che pochi giorni prima la Fifa aveva deciso di scaricare dalla giostra americana con la stessa perentorietà con cui aveva fatto l’impossibile per averlo a bordo all’inizio della manifestazione. Quando i due nostri migliori rigoristi, Baresi e Baggio, calciarono sopra la traversa di Taffarel i palloni della sconfitta, una lama di sudore freddo mi tagliò la schiena.
Tornando a casa nell’umidità della notte di quel 17 luglio, non potei fare a meno di ripensare al calore inesauribile di quell’infinita terra d’America, alla fatica di quel mondiale perso, a un futuro che non sapevo cosa mi stesse riservando e di cui non presagivo molto di buono. Faticai a spiegarmi le cose per restare tranquillo, versai una lacrima sul cuscino e finalmente riuscii a chiudere gli occhi.       

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