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Ci vorrebbe un amico

condividi su facebook condividi su twitter 19-07-2015

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Ci vorrebbe un amico

Ci vorrebbe un amico per poterti dimenticare: è il refrain della hit dell’estate 1984 del cantautore più romanista di sempre. Dimenticare una donna, per i più. Dimenticare una notte di fine maggio nefasta, un maestro, un capitano per chi, quell’estate, è tifoso di un Roma che, alla fine della stagione, ha perso il suo sogno più grande, il suo allenatore e il numero dieci. Ci vorrebbe un amico per dimenticare quella notte del 30 maggio che, oltre alla coppa dei campioni, porta lontano dalla città Nils Liedholm e Agostino Di Bartolomei. Il barone svedese, come aveva già fatto cinque anni prima col Milan della stella, capisce che il ciclo vincente della squadra è finito e ripercorre a ritroso il viaggio che lo aveva portato nella capitale. Agostino lo segue, dopo qualche incomprensione con l’ambiente e avendo capito che nella nuova Roma che nascerà, per lui sarà difficile essere ancora protagonista. Meglio andare al nord, luogotenente del barone nell’ultimo Milan preberlusconiano, che obliarsi in una squadra che, sulla carta, farà della corsa accelerata e del pressing asfissiante il suo nuovo credo calcistico.
Nell’estate dell’84 il campionato italiano accresce ulteriormente il suo valore. Il Napoli porta niente meno che Maradona ai piedi del Vesuvio, dopo una serrata trattativa col Barcellona fatta a colpi di dichiarazioni roboanti e fidejussioni bancarie. L’Inter si assicura Rummenigge, a Firenze arriva Socrates. Il Toro convince a venire in Italia un altro pezzo da novanta della Selecao, Leo Junior. Il Milan, oltre a Liedholm e Di Bartolomei, acquista Hateley e Wilkins, il Verona il duo tutto fisico Briegel-Elkjaer. Il presidente Viola gioca tutte le sue carte su un giovane svedese, Sven Goran Eriksson, assunto come direttore tecnico per aggirare i regolamenti che vietano l’ingaggio di allenatori stranieri. L’ingegnere è ancora convinto del valore della squadra, vincitrice della coppa Italia dopo essere arrivata seconda in campionato e in Europa. Va però rinvigorita e Eriksson, assistito da Roberto Clagluna, sembra essere l’uomo giusto per dare un nuovo gioco e nuovi stimoli a campioni abituati a una routine che, col tempo, potrebbe perdere la sua efficacia. Il rettore di Trosby, come viene immediatamente appellato dalla stampa romana, è svedese come il suo predecessore ma personaggio completamente diverso. Sin dalle prime uscite appare timido, riservato, sorpreso ai limiti dell’insofferenza nei confronti dell’attenzione morbosa che l’ambiente riversa sulla squadra. Viola lo apprezzò da avversario in quella settimana di marzo del 1983 a cavallo della quale sembrò che la Roma dovesse sgonfiarsi su se stessa e perdere tutto, coppa Uefa e campionato. Il Benfica allenato da Eriksson vinse all’Olimpico un mercoledì pomeriggio tessuto di velocità, pressing e passaggi in verticale a cui gli uomini di Liedholm non seppero trovare adeguati antidoti. Il presidente, sempre capace di guardare oltre l’immediato, annotò il nome di quel giovane svedese e l’anno successivo lo chiama a Trigoria per cominciare un nuovo capitolo della sua amata squadra. Il mercato vede Maurizio Iorio rientrare dopo un anno a Verona mentre a giovani come Lucci, Di Carlo e, soprattutto, Giannini viene data la possibilità di inserirsi in prima squadra per imparare, dare una mano e studiare da protagonisti delle stagioni future. E’ una Roma indecifrabile in quell’estate dell’84, sospesa tra un amico con cui poter dimenticare e un futuro difficile da immaginare.

 

Fonte: Paolo Valenti

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