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Mo je faccio er cucchiaio (Parte seconda)

condividi su facebook condividi su twitter 13-06-2016

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Mo je faccio er cucchiaio (Parte seconda)

Si approda così ai tempi supplementari, altre occasioni sciupate da entrambe le parti, tensione che logora soprattutto le certezze dei padroni di casa, affatto sicuri, ormai, di avere le porte della finale già aperte. Basterebbe un golden gol (“sudden death” come lo chiamano gli inglesi) per stilare una sentenza che tocca invece ai calci di rigore redigere. Quei rigori ai quali l’Italia è maledettamente allergica, dagli europei dell’80 agli ultimi mondiali in Francia sempre fatali alle velleità di vittoria azzurre.
E’ Zoff a stabilire la sequenza di chi calcerà dagli undici metri. Mette per primo Di Biagio, rigorista eccellente ma ancora frastornato dall’imprecisione che costò alla nazionale la semifinale dei mondiali francesi, quella traversa a S. Denis che ancora oggi vibra del pallone che ci ha stampato sopra il centrocampista romano. Di Biagio è un buon soldato che sa convivere con le sue paure: non si tira indietro, prende il pallone e lo manda alto nell’angolo opposto scelto da Van Der Sar per il suo tuffo. Un sospiro di sollievo al quale segue il secondo rigore sbagliato da De Boer. Siamo in vantaggio, che si consolida con la realizzazione di Pessotto e l’errore di Stam. Il terzo rigore è nelle mani di Totti. Francesco è in mezzo al cerchio di centrocampo che confabula coi compagni, cercando nel modo migliore concentrazione e forza per combattere la paura di sbagliare. Sul 2-0 a favore forse si sente più tranquillo. Fatto sta che, prima di dirigersi verso il dischetto, si volta verso Di Biagio per… tranquillizzarlo:”Guarda, mo je faccio er cucchiaio”. Maldini, che ha assistito alla scena, prova a dissuadere il capitano della Roma:”Francesco, ma sei pazzo? Qui non si può sbagliare” implora il difensore rossonero, che le amarezze delle precedenti eliminazioni le ha vissute sulla sua pelle. Totti lo guarda con un sorriso che tradisce incoscienza, confidenza nei propri mezzi e un po’ di sbruffoneria romanesca. Si avvicina al pallone senza cambiare idea, visualizzando l’immagine dello scavetto per poter preparare i movimenti adatti a ingannare Van Der Sar, che in piedi è alto nemmeno mezzo metro meno della traversa. Prende la rincorsa, parte come se dovesse tirare secco e angolato. Frena solo l’ultimo passo, accarezzando il pallone nel punto più vicino all’appoggio sull’erba. Van Der Sar si butta sulla destra, cadendo nel tranello di una palombella innocua e leggera che entra proprio in mezzo alla porta. Se fosse rimasto fermo avrebbe parato un rigore senza nemmeno meritare la sufficienza. Totti esulta inginocchiandosi, scaricando la tensione con un gesto vigoroso del braccio caricato in avanti, il più classico degli andiamo!, come on!, vamos! Vincere è nello spazio di tre rigori: quello che segna finalmente Kluivert, quello che sbaglia Maldini e l’ultimo che para ancora Toldo. Siamo in finale, ce la giochiamo con la Francia per la rivincita della partita perduta a Parigi due anni prima.
Una finale tirata: sulla carta i francesi sono ancora superiori ma l’Italia gioca una partita attenta, senza paura, e quando al 10° minuto della ripresa  Delvecchio insacca con lo stinco sinistro un perfetto cross di Pessotto, la vendetta sembra compiuta. L’Italia, infatti, contiene bene le avanzate dei bleus e contrattacca sfiorando spesso il raddoppio, sciupato in malo modo da Del Piero in almeno due occasioni. Quando alla fine mancano pochissimi secondi e l’Europa sembra ormai tinta d’azzurro, Cannavaro non riesce a deviare quanto basta un pallone indirizzato a Wiltord, che fa due passi in area e scarica un diagonale sul secondo palo che né l’intervento di Nesta né quello di Toldo riescono a fermare. E’ una mazzata violentissima, un montante che fa traballare e cadere le certezze dell’Italia. A questo punto è evidente a tutti che nei supplementari sarà solo un questione di tempo il raddoppio dei francesi. Che arriva in poco tempo, a ridosso della fine del primo tempo supplementare, con una legnata di sinistro di Trezeguet che insacca inesorabilmente un cross dalla sinistra dell’ennesima azione d’attacco transalpina. Dopo due anni la storia si ripete, forse ancor più amara. Gli azzurri cadono esausti in mezzo al campo, mani sulle ginocchia e sguardo perso nel vuoto, consapevoli dell’enorme occasione perduta e di un destino che potrà ricompensare solo alcuni di loro sei anni più tardi nella notte di Berlino.

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