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Finale 1983 - Amburgo vs Juventus 1 a 0

condividi su facebook condividi su twitter 05-03-2015

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Finale 1983 - Amburgo vs Juventus 1 a 0

Nel 1983 i connotati del decennio sono ormai delineati: l’Italia assaggia un benessere sopra le sue possibilità reali, guidata da un pentapartito che troverà in Bettino Craxi l’esponente migliore sotto la cui egida gozzovigliare a rotta di collo; l’America gioca le sue ultime guerre stellari col presidente-attore Ronald Reagan mentre gli U2, col loro terzo album da studio, War, irrompono prepotentemente sulla scena internazionale del rock. Quell’anno, dieci giorni prima della finale di Coppa dei Campioni, la Roma vince il suo secondo, agognatissimo scudetto, dopo averne cullato il sogno nei due anni precedenti. Il duello tra la squadra dell’ingegner Viola e quella del geometra Boniperti caratterizzerà il campionato italiano fino al 1986, prima di lasciare spazio all’indicibile talento di Maradona e alla perfezione tecnico-tattica del Milan di Sacchi.     
La sera del 25 maggio, allo stadio Olimpico di Atene, sono la Juventus e l’Amburgo a disputarsi il titolo di campione continentale, in quella che i giornalisti di entrambi i paesi interessati si divertono a presentare come la rivincita della finale dei mondiali dell’anno precedente. Il pronostico è tutto dalla parte dei bianconeri che, oltre a presentare in campo sei campioni del mondo (Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e Paolo Rossi), nell’undici titolare hanno anche Platini, Boniek e Bettega, che i mondiali dell’82 li ha mancati solo per un brutto infortunio. Nel suo percorso verso la finale la Juventus ha eliminato nei quarti i campioni in carica dell’Aston Villa con una doppia vittoria che ha dato alla squadra la convinzione di poter arrivare fino in fondo per vincere.


Sulla sponda opposta i tedeschi giungono all’ultimo atto coronando un processo di crescita iniziato sei anni prima con l’arrivo di Keegan, che oggi non fa più parte della squadra, e successivamente consolidato con giocatori del peso di Hrubesch, Bastrup e Von Heesen. Manfred Kaltz e Felix Magath, pur nella consapevolezza di guidare una squadra sulla carta meno dotata, hanno grande voglia di rivincita: non solo per la finale mondiale persa a Madrid dieci mesi prima ma anche per quella coppa dei campioni sfuggita, forse immeritatamente, nel 1980 contro il Nottingham Forest

Lo stadio è gremito: trenta, forse quarantamila tifosi juventini hanno seguito in massa la squadra in Grecia. La coppa dalle grandi orecchie è ormai la fissazione assoluta di una società che da quest’anno gioca con due stelle sulla maglia, a significare la conquista di venti scudetti che in Italia ne fanno la dominatrice assoluta. La vittoria in Europa è quello che manca ai bianconeri per ottenere anche in campo internazionale quella legittimazione che negli altri paesi hanno le squadre dominatrici della storia dei rispettivi campionati. Stasera sembra che finalmente il momento sia arrivato. L’arbitro, il rumeno Rainea, da ufficialmente inizio alle ostilità. I ritmi, dai primi minuti, non sono elevati: i tedeschi non si vogliono scoprire, la Juventus aspetta di colpire al momento opportuno. L’equilibrio, però, si infrange presto: al nono minuto Magath prende palla, con una finta supera un avversario per poi far partire dal vertice dell’area di rigore un sinistro la cui traiettoria è di difficile interpretazione per Zoff, che non riesce a far altro che osservarla nella sua corsa a scendere verso l’incrocio dei pali alla sua sinistra. Uno a zero, palla al centro.

C’è tutto il tempo per recuperare. La Juventus è in formazione tipo che più tipo non si può. Tutti aspettano una reazione veemente che però tarda a sbocciare. Le trame di gioco non si sciolgono in velocità, le occasioni latitano. Platini è spento dalla marcatura feroce di Rolff, Rossi non trova guizzi. Testa e gambe dei bianconeri sembrano annegare nella maledizione della Coppa dei Campioni, quel trofeo che, dopo i tanti scudetti vinti, la famiglia Agnelli vorrebbe a tutti i costi esporre nella bacheca della società. Quella Coppa che già dieci anni prima, qualche chilometro più a nord nei Balcani, a Belgrado, era sfumata con un altro uno a zero, un altro gol a parabola che Zoff poté solo osservare mentre ultimava la sua corsa oltre la linea bianca. Quella Coppa che sembrò per qualche attimo vicina anche nel 1978, quando a Bruges la possibilità di giocare la finale per conquistarla sfumò a tre minuti dalla fine dopo una battaglia contro i padroni di casa durata centoventi minuti. Anche questa sera la Juventus è impotente dinanzi al suo destino, così come le migliaia di tifosi andati a seguirla ad Atene e i milioni rimasti incollati alla televisione in Italia. Quando l’arbitro fischia la fine, Platini e compagni galleggiano tra la frustrazione della sconfitta e la liberazione dall’incubo di doverci provare ancora.
Una finale, quella del 1983, che segna la fine di alcune lunghe storie: quella del dominio inglese in Coppa dei Campioni, che durava ininterrotta dal 1977; quella di Roberto Bettega che, dopo aver saltato il successo mondiale della Nazionale nell’82, lascia la Juventus senza essere riuscito a conquistare il trofeo più ambito; e quella di Dino Zoff che, dopo più di vent’anni, chiude una carriera intrisa di gloria.

Una finale che svela in Italia una polarizzazione del tifo che, negli anni a venire, assumerà contorni sempre più radicali. Dopo due scudetti vinti sul filo di lana contro Roma e Fiorentina dove gli arbitri hanno giocato un loro ruolo, la Juventus ha attirato su di sé non solo la rabbia delle dirette antagoniste ma anche i fastidi delle tifoserie della metà d’Italia non bianconera. Ecco perché la sera del 25 maggio 1983, ai pianti di Atene, fanno eco anche voci di giubilo che non arrivano solo dalla Germania

Fonte: Paolo Valenti

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