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Finale 1984 - Roma vs Liverpool 1-1 (3-5 dopo i calci di rigore)

condividi su facebook condividi su twitter 21-03-2015

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Finale 1984 - Roma vs Liverpool 1-1 (3-5 dopo i calci di rigore)

Il 30 maggio è un giorno dell’anno denso di suggestioni: ai ragazzi promette la fine della scuola, agli adulti porta il sollievo dell’imminenza delle ferie. La primavera, definitivamente affrancata dagli ultimi sprazzi d’inverno, regala le sue labbra profumate al calore della stagione successiva.

Il 30 maggio 1984 a questa regola non fa eccezione: una giornata inondata di sole fa da prologo alla finale della Coppa dei Campioni che si disputerà alle 20,15 allo stadio Olimpico di Roma tra i giallorossi e il Liverpool. Il calcio italiano, dopo i fasti vissuti con le squadre milanesi negli anni sessanta, ha attraversato un decennio di flessione a livello europeo dal quale sta riemergendo solo adesso. Già l’anno precedente la Juventus è tornata a disputare, pur senza successo, la finale della Coppa più prestigiosa. Ora tocca alla Roma provare a vincere un trofeo che, in Italia, manca ormai da quindici anni.

L’attesa della città è spasmodica. La squadra progettata dall’ingegner Dino Viola arriva al match decisivo con un carico di aspettative enorme: tutti sanno che la possibilità di giocare la finale di Coppa dei Campioni in casa è un fatto irripetibile. Assomiglia ad un ineluttabile invito del destino, avallato anche dalla vittoria del Bancoroma nella simmetrica competizione cestistica di poche settimane prima. Liedholm conosce troppo bene l’ambiente e, per non rendere insostenibile ai suoi giocatori il peso della vigilia, decide di portare la squadra in ritiro in montagna nei giorni che precedono la partita con gli inglesi. Tra riti scaramantici, profezie di maghi e allenamenti che più che rifinire la preparazione allentano lo stress, alla fine il 30 maggio arriva.

Questa mattina i tifosi della Roma sono consapevoli del fatto che stanno per vivere un momento storico. Una splendida giornata luminosa sembra essere il miglior viatico verso una “notte di sogni, di coppe e di campioni”, come andrà a cantare Antonello Venditti nel megaconcerto al Circo Massimo organizzato per poter festeggiare in un bagno di folla l’eventuale successo della squadra. Il fischio d’inizio è previsto alle 20,15 ma molti hanno aspettato la notte davanti ai cancelli per assicurarsi un buon posto allo stadio. Le bancarelle sul Lungotevere e in prossimità dell’Olimpico vendono bandiere e palloni giallorossi raffiguranti la Coppa dei Campioni. I cancelli aprono presto, ore e ore prima dell’inizio. Gli uffici in città dopo pranzo sono già vuoti, per le strade le macchine che fanno rientro anticipato ornano di sciarpe e bandiere percorsi usualmente uggiosi che oggi sembrano la via verso il paradiso. Nel primo pomeriggio lo stadio è quasi pieno. Il tempo passa lento tra un panino, una sigaretta, qualche discussione col vicino conosciuto per l’occasione e tanto sole a stemperare una tensione che cresce in modo direttamente proporzionale all’avvicinarsi della partita. Tanta speranza e un pizzico di timore, quasi per dovere scaramantico: ai più sembra che il destino stia portando per mano quella coppa ai piedi della curva Sud.

Ed io che faccio? Al Circo Massimo ci vorrei andare ma alla fine decido di accettare l’invito di un compagno di scuola: siamo in dieci nel salone di casa sua raccolti in cerchio adorante intorno allo schermo di una televisione che porta il terreno dell’Olimpico più vicino ai nostri cuori. Ed eccolo il fischio d’inizio: spalti gremiti, qualche vuoto solo in curva Nord, dove sono sistemati i tifosi del Liverpool a cantare il loro inno. Le squadre sono contratte: per entrambe lo stress della finale drena energie. Ma è la Roma che lo subisce di più: tra gli spettatori dell’Olimpico, abituati a vedere la squadra praticare un calcio di stampo  brasiliano, sale più di una preoccupazione nel vedere Falcao e Cerezo quasi impacciati in mezzo al campo. Dopo un quarto d’ora, complice un fallo su Tancredi non rilevato dall’arbitro e un paio di rimpalli sfortunati, i Reds passano in vantaggio.

L’urlo della curva Nord è sovrastato dal silenzio del resto dello stadio. Deve passare mezz’ora prima che la Roma ritrovi la speranza: dopo un tentativo di cross dal fondo respinto dai difensori inglesi, Bruno Conti rilancia in mezzo di destro un pallone sul quale il bomber Pruzzo si avvita di testa spingendo la palla nell’angolo alto dove Grobbelaar non può arrivare. Potrebbe essere il momento di una svolta che però non arriva. Cattivi auspici aleggiano sotto le pendici di Monte Mario quando, a metà del secondo tempo, il re di Crocefieschi è costretto a uscire, proprio quando la Roma, pur senza brillare, sembra aver preso le misure all’avversario e alla partita. Si arriva così ai supplementari, e poi ai rigori, dopo due parate di Tancredi su tiri abbastanza ravvicinati a specchio della porta ben chiuso. Nel frattempo i giallorossi perdono un altro possibile rigorista, Toninho Cerezo, vittima dei crampi. Per la prima volta una finale di Coppa dei Campioni si decide ai calci di rigore.

Pochi gli specialisti rimasti alla Roma: Pruzzo e Cerezo sono stati sostituiti in corso di gara, Maldera è assente dall’inizio per squalifica. Falcao, nonostante le attese di tifosi e compagni, non se la sente di calciare. Liedholm vorrebbe inserire nei cinque tiratori il giovane Strukelj ma i senatori della squadra non sono d’accordo: troppo rischioso caricare sulle spalle di un ragazzo con appena undici presenze in serie A la responsabilità di un rigore in finale di Coppa dei Campioni. Alla fine entrano nella lista Conti e Graziani, encomiabili per disponibilità, campioni del mondo due anni prima in Spagna ma anche molto emotivi e di certo non avvezzi ai tiri dagli undici metri. Tocca proprio a Ciccio calciare il penultimo rigore, quando le due squadre ne hanno sbagliato uno a testa (quello della Roma, guarda caso, fallito da Conti) e si trovano in parità.

Grobbelaar, il portiere del Liverpool, conosce Graziani. Lo vede teso, ne respira l’angoscia e decide di fargli perdere la serenità che va disperatamente cercando: balla sulla riga di porta, ondeggia, barcolla atteggiandosi a buffone ubriaco. Graziani, memore di altri due rigori sbagliati in altrettante finali di Coppa Italia proprio all’Olimpico, calzettoni abbassati dalla fatica e sguardo perduto, calcia quel rigore come se volesse liberarsi di un peso, con una potenza imprecisa che destina il pallone ad un viaggio senza ritorno oltre la traversa. Nel gelo dell’Olimpico nessuno riesce a sperare che Alan Kennedy possa sbagliare l’ultimo tiro, che finisce come un pugno nello stomaco dei giallorossi.

Nei giorni seguenti, svegliarsi la mattina sembra impossibile. Impossibile credere che quella Coppa sia stata soltanto un sogno. Impossibile accettare l’idea che quello che sembrava nel destino è stato cancellato come una dichiarazione d’amore scritta sulla sabbia. Sui muri di Roma, i writers giallorossi scriveranno a più riprese Grazie lo stesso”.

Il tentativo inutile di chiudere una ferita che, anche a distanza di tanti anni, a chi ha vissuto quella sera in campo, sugli spalti o in televisione fa ancora male.

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