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Finale 1985 - Juventus vs Liverpool 1 a 0

condividi su facebook condividi su twitter 31-03-2015

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Finale 1985 - Juventus vs Liverpool 1 a 0

Mercoledì, tardo pomeriggio prima che si faccia sera. Gli ultimi passi prima di girare le chiavi nel cancello condominiale e salire in casa. Un pomeriggio passato in centro a perder tempo con gli amici, facendo un po’ di vasche tra Piazza del Popolo e Piazza Venezia: un paio di Levi’s nuovi, un gelato e tante chiacchiere. Poco sole, un po’ d’afa e un’atmosfera ovattata preparano la strada alla finale di Coppa dei Campioni 1984-85 tra la Juventus e il Liverpool.

Le due squadre arrivano all’atto decisivo quasi in souplesse. La Juventus trova l’ostacolo più ostico in semifinale, quando riesce a domare di un solo gol i girondini del Bordeaux di Giresse, Tigana e Chalana che giocano un calcio francese di primissima qualità e tengono in apprensione i bianconeri fino all’ultimo minuto. Il Liverpool, detentore del trofeo conquistato a Roma l’anno prima, vive il suo momento più difficile negli ottavi, quando ha ragione del Benfica in un doppio confronto vinto solo di misura. Nei due turni successivi, dieci gol in quattro partite contro Austria Vienna e Panathinaikos portano gli uomini di Joe Fagan alla quinta finale in otto anni.   
Come ad Atene due anni prima, la Juventus arriva a Bruxelles con l’imperativo categorico della vittoria. Quest’anno Boniperti e Trapattoni hanno puntato tutto sulla Coppa maledetta, lasciando il campionato nelle mani di un sorprendente Verona. Nonostante la tradizione negativa e il valore degli opponenti, in casa bianconera si respira un certo ottimismo. Nel line up iniziale ci sono tutti i titolari, con un Platini campione d’Europa con la sua Nazionale e Pallone d’Oro in carica e un Boniek alla sua ultima partita prima del trasferimento a Roma.

Finisco di cenare velocemente e poco prima delle 20,15 vado in salone ad accendere la televisione. Percepisco immediatamente qualcosa di non convenzionale nelle immagini e nel commento sommesso e preoccupato di Bruno Pizzul. Non c’è la solita aria di eccitazione che si respira prima dei grandi eventi: niente inni, niente cori, solo brusio di fondo e disordine con una parte degli spettatori che vaga sulla pista di atletica e gendarmi con la divisa nera che volteggiano senza nerbo tra il prato e gli spalti, più simili a un campo al termine di una battaglia che a uno stadio di calcio.

Pizzul fa il suo mestiere con sobrietà e compostezza nonostante le notizie che deve divulgare e le immagini orribili a cui è contemporaneamente costretto ad assistere: centinaia di inglesi, dopo aver razziato in giornata per le vie della città, ha preso di mira un settore limitrofo a quello loro riservato per il solo fatto di essere occupato da tifosi italiani. Impresa facile, data l’assenza di cordoni di polizia e validi strumenti di separazione. Nel settore Z, non popolato da ultras facinorosi, la reazione è stata quella di ripiegare per trovare vie di fuga, che hanno portato la massa ad accalcarsi su un muro che dopo pochi minuti ha ceduto, creando i presupposti di una carneficina. Si parla di molti feriti ma certamente anche di morti, che vanno identificati con la speranza angosciante di fermarsi presto nei conteggi.

L’impasse è generale: Pizzul pensa che la finale non si potrà disputare ma prima di ufficializzarlo aspetta le comunicazioni dell’Uefa. I dirigenti della Juventus sarebbero contrari a giocare, così come i giocatori. I tifosi presenti allo stadio vivono dei passaparola e delle informazioni di servizio che gli speaker trasmettono dagli altoparlanti. La voce che ci sono stati dei morti ormai si è diffusa e, onde evitare possibili rappresaglie, dirigenti UEFA e forze dell’ordine decretano la necessità di giocare la partita. I giocatori juventini escono dagli spogliatoi, vanno a parlare con i tifosi cercando di tranquillizzarli, negando anche l’evidenza della morte per sedare i più irrequieti. L’Uefa redige un comunicato che i due capitani, Phil Neal e Gaetano Scirea, leggono come scolari di seconda elementare: ”La partita verrà giocata per consentire alle forze dell’ordine di organizzare l’evacuazione del terreno. State calmi. Non rispondete alle provocazioni. Giochiamo per voi”.

Difficile capire: la televisione tedesca decide di interrompere il collegamento e non trasmette la partita. Quella austriaca toglie la telecronaca lasciando sullo schermo la didascalia: ”quella che trasmettiamo non è una manifestazione sportiva”. Pizzul prosegue il suo lavoro evidentemente turbato. Sembra che lo show debba andare comunque avanti, anche se le preoccupazioni legate all’impossibilità di gestire l’ordine pubblico in caso di mancata disputa della finale hanno il loro fondamento. Così, anche in questa serata dove la follia dell’uomo per l’ennesima volta si erge a protagonista di una pagina della storia, la finale della Coppa dei Campioni comincia. In uno stadio fatiscente e inadeguato, con la polizia belga affannata a reperire risorse e strategie per evitare che il peggio debba ancora venire per mano di assassini travestiti da tifosi. Difficile, come avviene normalmente, isolarsi nell’evento, aprire una parentesi di novanta minuti nei quali non far entrare niente se non le emozioni della gara. Il gioco e lo sport, tra le migliori declinazioni in cui si esprime la gioia della vita, questa sera sono troppo vicini alla tragedia della morte per rimanere isole intangibili, allontanate dalla pesantezza del quotidiano dal cuscino azzurro di un mare che si inizia a costruire già ai tempi dell’infanzia. Succede che al 58° minuto l’arbitro svizzero Daina prenda un abbaglio clamoroso fischiando un rigore a favore della Juventus per un fallo su Boniek avvenuto fuori area. Sembra una necessità di compensazione, nessuno lo saprà mai. Ma cosa importa? Segna Platini, 1-0 definitivo: la Juventus è nell’albo d’oro della Coppa dei Campioni. Il trofeo dalle grandi orecchie farà sfoggio di sé in bacheca con la sua maledizione, strappato al dolore del sangue dell’Heysel e al buio della morte.

Qualcuno, per le strade di Torino, trova il modo di improvvisare caroselli per festeggiare. Forse sarebbe meglio spiegare che vincere non sempre è l’unica cosa che conta.

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