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Finale 1987 - Porto vs Bayern 2 a 1 - Concerto degli U2 allo Stadio Flaminio

condividi su facebook condividi su twitter 10-04-2015

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Finale 1987 - Porto vs Bayern  2 a 1 - Concerto degli U2 allo Stadio Flaminio

Maggio 1987: la scuola è in dirittura d’arrivo, l’esame di maturità è lì davanti che spalanca le sue braccia. Diventati maggiorenni le giustificazioni delle assenze ormai le firmiamo da soli quindi, soprattutto nelle ultime settimane dell’anno, gli orari ce li facciamo a nostro piacimento, in funzione delle materie che ciascuno ha deciso di portare all’esame orale. E’ così che il 27 mattina, alla fine della prima ora, esco per andare dal barbiere a dare una regolata al cespuglio che mi è cresciuto in testa. Mentre aspetto il mio turno, prendo il Corriere dello Sport e scorro i titoli della prima pagina che sono essenzialmente focalizzati su due notizie: l’acquisto del centravanti tedesco Voeller da parte della Roma e la finale di Coppa dei Campioni che si disputa la sera stessa al Prater di Vienna. Mentre la prima notizia mi riempie di aspettative, la seconda la vado a sviscerare solo per ingannare l’attesa del taglio. A disputarsi il trono europeo saranno il Porto e il pluridecorato Bayern Monaco, che veste i panni della squadra favorita.

La sera del 27 maggio, però, non la dedicherò al calcio: da diverse settimane ho comprato il biglietto per il concerto che gli U2 terranno allo stadio Flaminio e quindi della finale di Coppa dei Campioni vedrò solo i gol che darà l’edizione del telegiornale di tarda sera.

L’appuntamento con gli amici è fissato intorno alle sei del pomeriggio: forse avremmo dovuto muoverci prima ma le ore di studio, così a ridosso degli esami, sono difficili da tagliare. Siamo in sei, stipati come sardine in una Seat Fura color sabbia che di diverso dalla 127 ha solo il nome. Attraversiamo il ponte Flaminio lucente del sole del tardo pomeriggio che ne scalda e ammorbidisce il travertino. In fondo a destra, adiacente alla rampa che plana verso il Lungotevere, le volute nerviane dello stadio promettono emozioni difficili da dimenticare. Inventiamo un parcheggio arrampicato sui marciapiedi e consumati dalla voglia di entrare avviciniamo i cancelli d’ingresso a passo serrato. “Ce l’hai il biglietto?” è l’ultima domanda prima di abbandonare il mondo e metter piede sul prato coperto da lastre di plastica che ne proteggono il respiro. Sono quasi le sette ma il sole picchia ancora forte, come i Big Audio Dynamite alla fine della loro performance da gruppo di supporto, mentre al Prater di Vienna i giocatori sono negli spogliatoi quasi pronti per entrare in campo a verificare le condizioni del terreno e iniziare il riscaldamento. Delle formazioni lette la mattina sul giornale, riesco a ricordare il portiere belga Pfaff, Brehme, Matthaeus e Hoeness per i bavaresi; per il Porto mi sono rimasti impressi il polacco Mlynarczyc, il capitano Joao Pinto, Futre e l’algerino Madjer. Anche loro, in questo momento, stanno respirando il profumo dell’erba appena rasata. Anche loro stanno gustano il sapore dell’attesa di qualcosa di grande che sta per accadere. Sentono la voglia di vivere la loro passione e condividerla con altre migliaia di persone. Come noi qui al Flaminio mentre Chrissie Hynde guida i Pretenders nell’ultima, gustosa esibizione prima dell’ingresso dei protagonisti sul palco. E mentre il sole da l’addio a questo giorno coricandosi dietro Monte Mario e dando l’ultimo bacio acceso ai palazzi dei Parioli, a Vienna le squadre scendono in campo. I tedeschi sono favoriti e la partita sembra mettersi al meglio quando al 24° minuto, a seguito di una rimessa laterale mal respinta dalla difesa portoghese, Ludwig Kogl, con un tuffo di testa un po’ goffo nelle movenze, indirizza sul secondo palo il gol dell’1-0. Pochi minuti dopo il Bayern sfiora il secondo con un tiro in diagonale di Michael Rummenigge che esce di pochi centimetri, sollevando una nuvola di gesso dalla riga di fondo campo. Si arriva così alla fine del primo tempo col Porto che riesce a limitare i danni mentre le ombre della sera abbracciano il Flaminio e il suo palco, dove le figure degli assistenti che sistemano gli ultimi dettagli creano subbugli nel pubblico che ormai non ce la fa più ad aspettare.

Rientrato negli spogliatoi Artur Jorge, il tecnico dei lusitani, ricarica le batterie dei suoi ragazzi: annusa il fatto che i tedeschi si sentono già la vittoria addosso e fa leva sull’orgoglio della squadra per convincerla che ribaltare il pronostico è più facile di quanto sembri. Fa uscire un centrocampista, Quim, per dare spazio a Juary, conosciuto in Italia per le sue danze intorno alla bandierina dopo i (pochi) gol segnati in serie A, aumentando il tasso di velocità e tecnica dell’attacco che già si avvale del talento di Futre e Madjer.


E’ ormai quasi buio sul Prater e sul Flaminio mentre a Vienna le squadre tornano in campo e i Joshua tree aleggiano neri sullo sfondo giallognolo del palco montato ai piedi della curva nord. D’incanto, nel brusio di vigilia che si è fatto da qualche minuto più quieto, le prime note si fanno percepire in un crescendo graduale che ci da la certezza che non si tratta più di un soundcheck. Il dubbio di capire con quale canzone stia iniziando la prima tappa del leg europeo del Joshua Tree tour viene presto fugato dagli accordi della chitarra di The Edge: Where the Streets Have No Name esplode vulcanica su quarantamila cuori impazziti di gioia. “Hello Roma!” è il saluto di Bono appena comparso sotto i riflettori. “I want to run, I want to hide”… ma qui nessuno ha voglia di nascondersi. Corriamo tutti a perdifiato dietro al ritmo forsennato della batteria di Larry Mullen, alle parole profetiche di Paul Hewson, alle strade senza nome di posti immaginati da cercare su altopiani deserti. Quarantamila persone che cantano all’unisono ogni singola parola, sostenendo la voce di Bono alterata da un malanno accidentale. “The doctor said that the people in Roma will sing for me”: niente di meglio per sollecitare ulteriormente un’audience già surriscaldata. Quando The Edge ha appena attaccato gli accordi di I Still Haven’t Found What I’m Looking For, Bono decide di donarsi per sempre al pubblico romano: “Questo posto è grande… ma noi e voi siamo più grandi. Grazie!”. Una dichiarazione d’amore, un si pronunciato davanti all’altare: una promessa indissolubile che i quarantamila del Flaminio ricorderanno per sempre. Una cascata di entusiasmo che prosegue grazie a un repertorio che attinge sia ai vecchi successi che alle canzoni della prima parte del nuovo, irresistibile album.

Dopo quasi due ore di emozioni trascendenti, Bono è costretto ad alzare bandiera bianca, nonostante la gente invochi un ritorno sul palco che tutti vorrebbero ripetersi all’infinito. L’accensione  dei riflettori conferma che non è più possibile sperare: il concerto è finito. Gli U2 torneranno in albergo, faranno una doccia e andranno a mangiare con il loro staff in un ristorante preallertato. Mi guardo intorno frastornato: le liste bianche a protezione del prato, l’umidità della notte, il tentativo di parlare cercando di correggere i toni afoni della voce. La malinconia che ti prende quando sai che qualcosa che vorresti continuare a vivere ti ha abbandonato. Penso a stratagemmi che consentirebbero di prolungare quella magia: andare verso l’albergo, cercare quel ristorante. Ma so che è tutto inutile.

Di nuovo a casa, accendo la televisione in tempo per vedere il telegiornale della notte. L’ultima notizia trasmessa dice che il Porto ha vinto la Coppa dei Campioni con i gol di Madjer, il tacco di Allah per i suoi estimatori, e Juary. Ma, detto francamente, mi importa poco. Le emozioni di una Coppa dei Campioni, questa sera, le hanno levate al cielo di Roma quattro ragazzi venuti da Dublino.  

  

Fonte: a cura di Paolo Valenti

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