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Kaiser Franz (Seconda parte)

condividi su facebook condividi su twitter 10-02-2016

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Kaiser Franz (Seconda parte)

Una vita sul roller coaster di emozioni ugualmente intense e opposte: dallo scudetto del 1979 alla retrocessione in B per il calcio scommesse l’anno successivo. La risalita in serie A nell’81, la retrocessione, questa volta sul campo, nella primavera del 1982 e la vittoria del mondiale di Spagna, anche se non da protagonista, qualche mese dopo. Vince, perde, soffre e gioisce con la squadra senza rimanere scalfito nella sua personale grandezza: ogni partita è una lectio magistralis per compagni, avversari e spettatori amanti del bel gioco e del calcio ruvido quando serve. Si, perché Franco Baresi all’occorrenza sa anche farsi rispettare con le cattive: in ogni caso, dalle sue parti non si passa.
Dopo il sacrificio dei due anni in serie B, il Capitano trova col Milan una stabilità di risultati che gli consente di guardare al futuro con più prospettive e, con l’arrivo di Silvio Berlusconi alla presidenza rossonera, la sua carriera imbocca definitivamente l’autostrada per la gloria. E’ il 1986 e anche la Nazionale, chiudendo il ciclo di Bearzot, gli riapre le porte: la maglia numero sei è definitivamente sua, senza compromessi o ibridi esperimenti in mezzo al campo che ne avviliscono forza ed entusiasmo. Vicini gli conferisce le chiavi della difesa, che sa orchestrare con piglio virile. Nel Milan giunge il tempo di Arrigo Sacchi, che si avvale del suo carisma per guidare i movimenti in linea di un reparto che con Maldini e Tassotti farà la storia del club: movimenti sincronizzati per alzare a confini estremi la linea del fuorigioco, pressing altissimo per accorciare in trenta metri il raggio d’azione di una squadra che esalta in un meccanismo collettivo perfetto le qualità di campioni come Gullit, Van Basten, Rijkaard, Ancelotti e gli altri che a cavallo degli anni ottanta e novanta girano il mondo collezionando vittorie come scalpi. Arrivano campionati, Coppe dei Campioni e Intercontinentali. E ci sono i Mondiali, ai quali Baresi partecipa finalmente da protagonista, seppur di squadre sfortunate: l’Italia del 1990 e quella del 1994. La prima si perde sulla strada della finale nei vicoli incerti del San Paolo, in bilico tra il sostegno agli azzurri, fino a quel momento coccolati senza riserve dal pubblico di Roma, e le rivendicazioni astute di Maradona. La seconda che, arrivata in finale grazie a un percorso a ostacoli che Sacchi avrebbe sognato diverso, chiede proprio al suo capitano di portarla sul tetto del mondo. È il primo rigorista, Baresi, uno che col gol ha poca confidenza ma i rigori li mangia come cornetti. E’ stato scelto per iniziare la bene serie e dare morale ai compagni che calceranno dopo di lui. Ma il sole e la stanchezza ne distorcono la mira e il suo tiro fuori target spinge l’urlo liberatorio di Taffarel. Quando la litania sterile dei rigori viene malamente chiusa dall’eroe azzurro di Usa 94, Franco Baresi, il Capitano, crolla in un pianto inconsolabile, una spremuta di amarezza nella quale fatica, sogni, rivincite e ambizione rovinano definitivamente una sull’altra. Sotto il bellissimo, crudele blu cobalto del cielo della California, Kaiser Franz vede vanificati gli sforzi per recuperare in tempi record dall’operazione al menisco che lo ha tenuto fuori dalla competizione dalla seconda partita alla finale. Sa che non ci sarà rivincita, che il tempo non gli darà altre possibilità per alzare la coppa più bella del mondo. Sente l’ingiustizia di un destino che lo ha reso il migliore al mondo senza dichiararlo ufficialmente: nell’albo dei vincitori dei Mondiali (e del Pallone d’Oro), la storia beffarda non tramanderà il suo nome. Ancora tre stagioni, due delle quali ai suoi soliti livelli, per raccogliere una delusione (la sconfitta in finale di Champions League nel 1995) e una vittoria (il campionato 1995-96). Poi, a trentasette anni, il ritiro, proprio quando l’ex Piscinin capisce che il tempo lo sta rendendo uguale agli altri. Meglio, allora, dire basta, dopo una carriera infarcita di successi e una fierezza professionale da proteggere e incorniciare. Perché, a Milano come a Roma, ci sarà sempre e solo un Capitano. 

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