Storytelling

Nick Hornby e l'Arsenal, la passione si sente

condividi su facebook condividi su twitter 04-08-2016

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Nick Hornby e l'Arsenal, la passione si sente

Spesso le vacanze estive sono il momento dell’anno in cui, per disponibilità di tempo, energie e rarefazione degli impegni, è più facile concedersi al piacere della lettura. Quotidiani, periodici e libri riescono a far breccia nelle ore della giornata, finalmente libere da asfissianti impegni di lavoro che distolgono spesso la mente dalle distese dell’immaginazione. E’ interessante, per un appassionato di calcio, vedere il rapporto che lega la lettura all’esperienza dello sport definito da molti come il più bello del mondo. Per quanto riguarda i giornali, il rapporto è di immediata percezione: già nei tempi in cui la presenza di altri media (radio, tv, web) non era invasiva come oggi, la carta stampata era lo strumento migliore per rivivere o sentirsi partecipi di un evento calcistico. Le gesta di giocatori dai capelli imbrillantinati, agili a sgusciare sulle fasce piuttosto che abili marcatori, venivano scolpite a futura memoria dai caratteri di piombo stampati su carta. Le cronache delle partite, oggi, lasciano più ampio spazio a interviste e commenti, ma la dinamica dei giornali è rimasta analoga a quella del passato.
Un fenomeno che, invece, ha preso piede e si è diffuso a partire dagli anni 90 è quello della narrazione letteraria del calcio. Molti autori, di scuola sia anglosassone che latina, hanno pubblicato romanzi e racconti che hanno portato il calcio all’attenzione dei lettori, svelandone quei risvolti sentimentali, sociali e intimistici rimasti troppo a lungo ancorati nel sottosuolo emozionale di milioni di tifosi per lo più incapaci di esprimere a parole la forza compulsiva di una passione ben evidente solo per fatti concludenti.
Il paradigma dello scrittore che ha legato inesorabilmente il suo nome al mondo del calcio è l’inglese Nick Hornby, un passato da insegnante prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. La sua seconda carriera comincia nel 1992 con la pubblicazione di una raccolta di saggi su alcuni scrittori americani. Ma è col secondo libro, uscito nello stesso anno, che Hornby fa il “botto”: Fever Pitch(pubblicato nel 1997 in Italia col titolo di Febbre a 90°) vende un milione di copie solo nel Regno Unito e consacra definitivamente il calcio come argomento di discussione anche nei circoli letterari, da sempre diffidenti nei confronti di materie troppo popolari per essere considerate degne di attenzione. Il libro, diviso in capitoli ordinati cronologicamente, racconta le partite giocate dall’Arsenal, la squadra di cui Hornby è follemente innamorato, che trovano spazio nella memoria dello scrittore non solo per la loro valenza sportiva ma anche, forse soprattutto, per gli scorci di vita ai quali sono collegate. Amicizie, vicissitudini lavorative, amori: tutto è riconducibile, in qualche modo, al calcio. Un match, un campionato, un gol: tutto quello che accade a Highbury e negli stadi inglesi dove l’Arsenal scende in campo trova poi il suo riflesso condizionato nella vita del protagonista. Una cascata di emozioni raccontate con la freschezza, l’(auto)ironia e la dirompente passione di un vero malato di calcio, capace, anche nel pieno dei suoi trent’anni, di rifiutare inviti a feste o matrimoni quando questi sono concomitanti con le partite disputate dai Gunners. “Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé”. Hornby dimostra la capacità innata di tradurre in una scrittura fluida e vibrante le emozioni che i grandi appassionati di calcio vivono per le loro squadre: il ricordo di una partita porta a quello del tempo in cui si è disputata, che a sua volta corrisponde a una fase della vita caratterizzata da gioie, difficoltà, relazioni. Un occhio benevolo, vagamente autocompiaciuto, aleggia costantemente nella narrazione del romanzo, che si chiude col tentativo di ricondurre una devastante passione nei binari di un più morbido equilibrio tra le esigenze della vita reale, fatte di scale di valori e necessità dettate dal contesto sociale. Ma le pagine più belle sono quelle dove i comportamenti “fuori norma” del vero tifoso assumono il ruolo di protagonisti assoluti, in un mix di pathos e ingenuità perfettamente rappresentati come necessità ineludibili di tutti coloro che si sono innamorati di una squadra come di una donna: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che tutto questo porta con sé.

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