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Euro 88, prove di Mondiali (Parte prima)

condividi su facebook condividi su twitter 03-06-2016

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Euro 88, prove di Mondiali (Parte prima)

Agli Europei di Germania del 1988 gli azzurri si presentano in piena fase evolutiva. La Nazionale di Enzo Bearzot, ricca di gloria e di anni, è andata in pensione due anni prima sulle alture messicane, spazzata via dalla maestà di Michel Platini e dall’insipienza di reduci arrivati a fine carriera e di innesti non in grado si sostenere la gloria dei predecessori. Nell’estate dell’86 la Federazione decide di porre le basi per una squadra che possa vincere il Mondiale italiano del 1990 dando piena fiducia al blocco dell’Under 21, guidato da un tecnico esperto e di buonsenso come Azeglio Vicini, che ha saputo dare ai suoi giovani talentuosi armonia di gioco e risultati convincenti. L’Europeo è il passaggio nel mezzo di un cammino per testare la personalità di un gruppo che ha come obiettivo primario la finale di Roma di due anni dopo.
Europeo che comincia quindi con un mix di curiosità e aspettative che esplode subito nel match clou del girone di cui fanno parte gli azzurri: oltre a Spagna e Danimarca, infatti, il raggruppamento include i padroni di casa della Germania Ovest, che sul terreno amico non hanno certo voglia di fare le comparse. Il 10 giugno al Rheinstadion di Dusseldorf, Vicini manda in campo Zenga, Bergomi, Maldini; De Napoli, Ferri, Baresi; Donadoni, Ancelotti, Vialli; Giannini e Mancini. Di fatto la formazione tipo: non è l’Under 21 ma poco ci manca. I più “vecchi” (Ancelotti, Zenga e Baresi) sono tutti sotto i trent’anni ma calcano palcoscenici importanti già da tempo. E che dire di Paolo Maldini, ventenne solo di lì a qualche giorno, titolare nel Milan già da tre anni ma capace di esprimere una padronanza di mezzi e di nervi che sarebbe normale solo in giocatori di ben maggiore esperienza. A vederlo giocare sembra impossibile la sua coetaneità con ragazzi ancora alle prese con pomeriggi passati a memorizzare libri di testo o appena entrati a capo chino nel mondo del lavoro.
E’ una buona Italia, che gioca a viso aperto contro i padroni di casa che proprio dei pivelli non sono (Brehme, Kohler, Littbarski, Matthaeus, Voeller, Klinsmamn tra gli altri). Dopo un primo tempo alla pari, l’equilibrio lo rompe Mancini con un tiro in diagonale che corona un passaggio di Donadoni. L’esultanza del doriano è spasmodica, non solo per il gol appena siglato ma per la rabbia che scarica verso la tribuna stampa dove si annidano i giornalisti che lo hanno a lungo criticato per prestazioni in nazionale non all’altezza di quelle fornite nella sua squadra di appartenenza. Una corsa senza freni, passi e parole freneticamente direzionati verso quella tribuna di parolai e incompetenti: il linguaggio del corpo (nonché gli epiteti colti dalle telecamere) non lasciano adito a dubbi riguardo ai messaggi che il talento di Jesi lancia dopo il gol.
E’ una gioia effimera e di breve durata, perché bastano tre minuti ai tedeschi per riequilibrare il risultato grazie a una punizione concessa generosamente dall’arbitro, che Brehme insacca alla sinistra di Zenga. Alla fine il risultato si chiude così, lasciando intatte le possibilità delle due squadre di superare il turno.

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