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Italia-Germania, derby d'Europa

condividi su facebook condividi su twitter 02-07-2016

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Italia-Germania, derby d'Europa

Stasera, una volta ancora, Italia-Germania, il derby d’Europa. Giocata mille volte sui campi di mezzo mondo. Maglie azzurre come il cielo che colora i nostri mari, maglie bianche come le nuvole che spesso oscurano la terra teutonica. Noi e loro, affatto uguali, così diversi. Pizza e salsicce, vino e birra, donne depilate all’estremo e (almeno un tempo) gambe spesso ambrate di peluria bionda.
Vista l’età, del primo epico incontro del 1970 vissi solo l’esperienza della tradizione orale, gli episodi raccontati da mio padre di una notte in cui la maggior parte degli italiani rinunciò al sonno per vivere un’altalena di emozioni siglata a doppia firma da Gianni Rivera, prima appoggiato impotente al palo travolto dagli insulti di Albertosi e poi incursore ferale verso la porta di Sepp Maier.
Otto anni dopo, qualche migliaio di chilometri più a sud, lo 0-0 inchiodato nell’inverno argentino fu bugiardo e sfortunato. Giravo nel quartiere accompagnando mia madre per commissioni improrogabili, allungando l’udito verso le finestre aperte che lasciavano scappare l’enfasi rammaricata di Nando Martellini raccontare l’assedio degli azzurri ai bastioni tedeschi, difesi dalle ribattute di difensori affannati e da una traversa che forse cambiò la storia di quel mondiale. Ricordi che si fanno più nitidi in proporzione alla gioia infinita della notte di Madrid, 11 luglio 1982, un caldo infernale che l’urlo da cornice di Tardelli trasformò nella versione umanamente più comprensibile del paradiso.
Passano altri sei anni per ritrovare il derby d’Europa nel tabellone di un torneo internazionale. Nel valzer entropico di corteggiamenti verso il gentil sesso a metà tra cuore e ormoni, trova spazio l’1-1 della giovane nazionale di Azeglio Vicini, il gol e i gesti sgarbati di Mancini, un futuro in rosa tutto da immaginare.
L’Italia che parte sfavorita e in campo dà l’anima per non morire è un refrain che si ripete agli Europei inglesi del 1996: uno 0-0 che mette la croce dell’eliminazione addosso agli azzurri di Sacchi e Zola, maldestro tiratore di un rigore che avrebbe potuto cambiare la partita.
Nel 2006 la tensione risale altissima nello stadio di Dortmund, dove la nazionale di mister Klinsmann non ha mai perso. Semifinale mondiale, partita giocata in un crescendo di intensità e gioco, pali e traverse nei supplementari fino ai gol di Grosso e Del Piero. Di nuovo, ancora, una gioia infinita, col mio vecchio accanto sul divano ad alzarsi faticosamente in piedi per applaudire le prodezze dei due marcatori mentre io, incapace di contenere un entusiasmo che l’importanza del risultato traduce in violentissime scariche di adrenalina, salto in aria come una molla. Su e giù, su e giù, incapace di smettere, braccio in alto che si flette verso il prato verde proiettato dalla televisione una volta e un’altra ancora, urla di gioia che inondano una via già vibrante delle altrui emozioni proiettate inesorabilmente verso il cielo. Fino ad arrivare agli Europei del 2012, altra semifinale. La vita, per fortuna, è clemente nel nasconderci la trama dei giorni a venire. Il mio vecchio è ancora accanto a me nell’applaudire la doppia prodezza di un Balotelli paradossalmente protagonista assoluto senza ricorrere a bravate fuori dal regolamento. Non so, non sappiamo che per noi non ci saranno altre Italia-Germania da vedere insieme. Nessuno potrà più osservare la sua felicità composta in sorridenti occhi azzurri contrastare la mia esuberanza sguaiata, le mie imprecazioni bruciate nei pugni di rabbia assestati al cuscino più vicino per un’azione finita male o una decisione arbitrale senza senso.
E stasera sarà di nuovo Italia-Germania.   

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