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Euro 80, tra Baires e Madrid (Seconda parte)

condividi su facebook condividi su twitter 16-05-2016

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Euro 80, tra Baires e Madrid (Seconda parte)

La sfida del 15 giugno in un Comunale di Torino tutto esaurito è da dentro o fuori: chi vince ha un piede in finale. I giocatori lo sanno e interpretano il match con una carica agonistica proporzionata all’obiettivo da raggiungere. Scontri ruvidi a tutto campo, gioco equilibrato, tensione palpabile anche agli occhi degli spettatori televisivi. Il tempo passa senza che il tabellone riesca a cambiare un numero e inserire il nome di uno dei ventidue che in campo stanno dando l’anima. E’ a dieci minuti dalla fine che si compie il destino della partita: Graziani, spostato a sinistra, allunga in mezzo all’area di porta un cross tagliato basso sul quale si avventa Tardelli, in anticipo sui difensori inglesi, per battere Shilton da pochi metri. Un gol che prelude all’urlo liberatorio del più “moderno” dei centrocampisti azzurri. Un urlo che due anni dopo sarà elevato all’ennesima potenza per entrare nella storia, non solo del calcio italiano. Un urlo al quale l’indomani la Gazzetta dello Sport dà un titolo a tutta pagina: i Leoni siamo noi. Chissà se Antonello Venditti pensò a questa serata quando, nell’omonima canzone, scrisse “Torino, ma chi l’ha detto che non sei bella?”.
La vittoria è galvanizzante per il morale degli azzurri. Tre giorni dopo, all’Olimpico di Roma, la sfida col Belgio è l’ultimo ostacolo da superare prima della finale ma l’ambiente respira fiducia. La prestazione contro gli inglesi ha messo in mostra una squadra capace di fare gioco e di aver carattere e i belgi, seppur a pari punti con gli azzurri e con una differenza reti più premiante in virtù del maggior numero di gol segnati, non sembrano in grado di potersi opporre al cammino verso la finale. La sera del 18 maggio l’Olimpico è pronto a dare il suo solito sostegno ma l’andamento delle cose in campo non è dei migliori: il Belgio sa chiudersi molto bene, applica il fuorigioco, rompe le trame offensive dell’Italia, che è costretta a rinunciare già nel primo tempo a Oriali e Antognoni e a doversi scontrare con un arbitro che tutto dimostra di essere tranne che casalingo. Nemmeno negli ultimi minuti si riesce ad avere la percezione che gli azzurri possano aver ragione del moderno catenaccio messo in piedi da Guy Thys. Così, malinconicamente, il passaggio alla finale rimane sullo stomaco a giocatori e tifosi. L’Italia disputerà quella per il terzo posto a Napoli, perdendola dopo un’infinita serie di rigori contro la Cecoslovacchia. A Roma è la Germania Ovest a imporsi 2-1 contro Pfaff e compagni grazie a una doppietta del carro armato Hrubesch e al talento emergente di un giovane dal carattere difficile che però a calcio dimostra di saperci giocare: Bernd Schuster.   
Ma è proprio dalle ceneri di un 1980 amaro e sfortunato che Bearzot saprà costruire la squadra capace, due anni più tardi, di arrivare all’estasi del Santiago Bernabeu.

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