Storytelling

Jorge Valdano, l'etica e l'estetica (Parte seconda)

condividi su facebook condividi su twitter 06-04-2016

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Jorge Valdano, l'etica e l'estetica (Parte seconda)

Negli anni di Madrid riempie la sua teca di allori: due campionati spagnoli, due Coppe Uefa e il mondiale in Messico. Gioca con gente del calibro di Butragueno, Hugo Sanchez, Chendo, Camacho, Michel: il meglio del Real degli anni ottanta. Senza subirne la personalità, capace di esporre idee e dialogare, arrivare alla critica senza generare lo scontro. Un uomo, prima ancora che un giocatore, elegante e misurato, amante del bello senza esibirlo in modo sgraziato. Arrivato alla fine della stagione 1986-87, a soli trentadue anni, decide di chiudere la carriera: da campione del mondo, da campione di Spagna. Nello stesso momento in cui decide di lasciare l’attività, forse anzitempo, un altro grande del football di quegli anni: Michel Platini. Troppo intelligenti, troppo aperti a sollecitazioni esterne, pur amando il campo e il profumo dell’erba, decidono entrambi che è il momento di applicare i loro talenti a progetti diversi, percorrendo nuove strade.
Valdano decide di fare l’allenatore, di trasmettere le sue idee di calcio e la sua esperienza ai giovani. Parte con i ragazzi del Real, allena i grandi del Tenerife dal 1992 al 1994, torna a Madrid per un anno e mezzo durante il quale vince la Liga. L’ultima esperienza in panchina è quella col Valencia, finita con un esonero.
Nel 2000 Jorge apre il capitolo da dirigente della sua vita. Florentino Perez lo nomina direttore generale e sportivo dei blancos. Si dimette dopo quattro anni, per poi ritornare, sempre su chiamata di Perez, nel 2009. L’esperienza dirigenziale si chiude definitivamente alla fine della temporada 2010-11, al culmine di una lotta intestina con l’allenatore Josè Mourinho, col quale non riuscirà mai ad avere un rapporto positivo nonostante ne riconosca l’intelligenza. Ne parla esplicitamente in uno dei suoi libri, Le Undici Virtù del Leader, nel quale, oltre a tratteggiare con stile gli elementi che caratterizzano la leadership, esprime alcune valutazioni sulle caratteristiche di giocatori e allenatori contemporanei, tra i quali lo Special One, definito “un personaggio fatto su misura per questi tempi rumorosi e vuoti, con il quale non sono riuscito a intendermi perché è agli antipodi della mia sensibilità”. La lezione appresa dal rapporto con Mourinho? Semplice: che “l’intelligenza e l’ego sono nemici tra loro. E quando si scontrano, vince l’ego”. È questo, probabilmente, il tratto distintivo tra Valdano e l’allenatore portoghese o un qualsiasi altro grande personaggio, sportivo o no: la capacità di saper mettere da parte l’ego pur essendo pieni di qualità. Il desiderio di trasmettere i propri valori più che imporli, l’interesse al confronto senza il bisogno di prevaricare. Nella dialettica con Mourinho riemerge il battibecco con Cruijff, la consapevolezza di essere grandi più per i valori che si vivono che per le qualità che la natura ha concesso. Diversamente, Valdano non avrebbe potuto diventare anche un affermato scrittore. Dalla sua produzione, oltre al testo già menzionato, emerge Il Sogno di Futbolandia, una raccolta di aneddoti, pensieri, digressioni, conversazioni (una proprio con Johan Cruijff), sogni. Si, i sogni, quelli ai quali per molti è difficile credere. “Ogni volta che respiro l’odore dell’erba mi ritorna addosso l’infanzia”. Proprio l’infanzia, il periodo nel quale i sogni sono infiniti. Sta all’adulto saperli coltivare e crearne di nuovi.

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