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La mano di Dio

condividi su facebook condividi su twitter 02-08-2015

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La mano di Dio

E’ l’anno dei Mondiali, quelli dell’86, e Paolo Rossi non è più un ragazzo come noi, portato come ventiduesimo da Enzo Bearzot nella selezione azzurra che in Messico, sedici anni dopo l’epico mondiale di Italia-Germania 4-3, deve difendere il titolo vinto quattro anni prima a Madrid. Lui e Marco Tardelli vengono aggregati al gruppo non per meriti sportivi ma per aiutare la squadra a costruire quello spirito di coesione che l’allenatore friulano giustamente individua come l’elemento determinante che ha portato alla vittoria dell’82. Gli azzurri, però, non sono all’altezza di quest’onere: troppo superiori squadre come Argentina, Germania, Brasile, Francia, Belgio… Ci arrendiamo già alla prima gara dopo il girone eliminatorio, chiuso con una partita di troppi timori con la Corea del Sud, soffocati dalla Francia di Re Michel e dei suoi moschettieri di centrocampo, abili a gestire il gioco a loro piacimento e a far correre a vuoto i nostri Baresi, Bagni e De Napoli a duemila metri di altitudine. Paolo Rossi e Marco Tardelli non riusciranno a giocare nemmeno un minuto di quel loro ultimo, malinconico mondiale.
E’ il Pibe de Oro, la mano de Dios, lo scugnizzo di Buenos Aires che torna in Italia da campione invitto. Dopo aver trascinato sul tetto del mondo una squadra poco più che discreta e aver preso la rivincita della guerra delle Malvinas con l’arma che meno gli inglesi possono apprezzare, l’astuzia che scivola nella scorrettezza, Diego torna a Napoli pronto a lanciare alla Juventus la sfida definitiva per la conquista del campionato. Quando, se non ora? Un attacco che, dopo Giordano, si arricchisce del bomber dell’Udinese Carnevale, un centrocampo  con Bagni, De Napoli e Romano, una difesa collaudata. E il Pibe a fare il dodicesimo, tredicesimo, quattordicesimo giocatore che esce da un tombino del campo e cambia la partita in qualunque momento.
Le altre si attrezzano come possono: la Juventus chiude il ciclo trapattoniano scegliendo Rino Marchesi; il primo Milan di Berlusconi lascia, più per rispetto che per convinzione, la panchina a Nils Liedholm mentre l’allenatore di Cusano Milanino varca per la prima volta la sponda dei Navigli andando a dirigere la compagine nerazzurra.
La Roma ha appena bruciato la sua seconda, grande occasione di vincere un trofeo davanti al proprio pubblico: in una sciagurata domenica di fine aprile, bella e lucente come sanno esserlo le domeniche di primavera a Roma, imbrigliata da superficialità, emozione e chissà cos’altro, la compagine di Eriksson, dopo aver giocato un girone di ritorno che la mette di diritto tra le squadre che hanno espresso il miglior calcio di sempre del campionato italiano, rovina disgraziatamente sul più impensabile degli ostacoli: una squadra già retrocessa. Sconfitta in casa, addio Juventus, addio scudetto. Di quell’anno rimane il sogno di una cavalcata incompiuta: la Roma della rimonta è la cugina di quella della finale di Coppa dei Campioni. Belle, incomplete, ricordate solo da chi le ha vissute.
Per ricominciare la stagione ci vogliono innesti giovani: Baroni arriva in difesa per sostituire Dario Bonetti, andato al Milan. A centrocampo si inserisce il danese Klaus Berggreen, che dovrebbe garantire adattabilità immediata agli schemi di Eriksson. In attacco Massimo Agostini dal Cesena e Paolo Baldieri, pilastro dell’under 21 di Azeglio Vicini e prodotto del vivaio giallorosso, hanno il compito di accompagnare Roberto Pruzzo sul viale del tramonto. Un litigio col presidente Viola che nemmeno i senatori della squadra, Bruno Conti in primis, riescono a ricomporre allontana definitivamente da Roma Toninho Cerezo, che passa alla Sampdoria di Mantovani.
E’ estate e si guarda il mare in lontananza, pensando che in fondo manca una manciata di giorni prima che il campionato ricominci. Sarà il caldo, sarà il riposo ma in fondo scalare la classifica non sembra un’impresa che a marzo debba già finire.

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