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Mario Kempes, El Matador (IIa Parte)

condividi su facebook condividi su twitter 06-09-2015

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Mario Kempes, El Matador (IIa Parte)

(Seconda Parte) Nel 6-0 finale, il nome di Kempes compare due volte. I giocatori non sanno bene cosa possa essere successo davvero. Lo stesso Mario, anni dopo, dirà:”A noi giocatori non importava dei militari. Quelli, i Videla, i Galtieri, in assoluto si mettevano nella politica dello spogliatoio. Ma a quell’epoca noi non sapevamo molto. Che importa se quella partita fu comprata, io giocai come sempre e che loro (i militari) andassero al diavolo”.
E così, l’Argentina è in finale, con buona pace dei suoi rivali storici. Il gran giorno è il 25 giugno 1978, stadio Monumental di Buenos Aires, quello del River Plate, la squadra a cui Kempes segnò il suo primo gol anni addietro. A poche centinaia di metri c’è la Escuela Mecánica de la Armada, uno dei più grandi centri di tortura messi in piedi dalla dittatura militare. Le due facce dell’Argentina di quel tempo non sono mai state così vicine: la gioia che può dare la vittoria di un mondiale e il dolore, l’ingiustizia e la frustrazione che patiscono i figli più coraggiosi della nazione. Per quel giorno, per poche ore, vittime e carnefici sono tutti dalla stessa parte: le guardie carcerarie interrompono le torture, i voli della morte sul Rio de la Plata vengono cancellati. Cesar Luis Menotti, per motivare la squadra in una situazione così delicata, parla chiaro negli spogliatoi:”Non giochiamo per i figli di puttana, giochiamo per il nostro popolo!”. Kempes, a più di trent’anni di distanza, riconoscerà l’efficacia di quelle parole:”Entrammo in campo con la furia dei leoni”. Lo stadio è una polveriera: bandiere, cori cantilenanti in stile argentino, stelle filanti e centinaia di migliaia di coriandoli bianchi a rendere il campo di gioco quasi impraticabile. Mai ci fu, ne prima ne dopo, una finale giocata su un terreno del genere, così imbiancato che sembra esserci la neve. Con una direzione di gioco a senso unico dell’arbitro italiano Gonella, l’albiceleste si impone 3-1 dopo i tempi supplementari con una doppietta del Matador, eroe indiscusso della partita che esalta i tratti salienti che lo fecero entrare di diritto nel firmamento del calcio internazionale: le sue progressioni inarrestabili accompagnate dalla chioma lunga, scura e fluente; il calzettone sinistro abbassato e la forza di inventare gol partendo lontano dalla porta. La gente impazzisce di gioia per quel primo mondiale vinto. Nella Escuela Mecànica aguzzini e prigionieri trovano un punto di contatto, un elemento di connessione seguendo la cronaca radiofonica della partita, ascoltando i boati che arrivano dallo stadio Monumental trascinati dal vento. E mentre gli olandesi, indignati per l’arbitraggio, rientrano negli spogliatoi senza salutare nessuno, i giocatori biancocelesti salgono sul palco d’onore, dove i gerarchi del regime non vedono l’ora di entrare nell’inquadratura delle telecamere per prendersi quel tributo di gloria che significa aumento del consenso e un’immagine internazionale vincente da rivendere in qualsiasi occasione. Non tutti stringono la mano al generale Videla alla consegna della coppa. Sicuramente non Menotti, el Flaco, e Kempes, che il giorno dopo dichiara che si è trattato di una mera casualità:”Nella confusione sono rimasto lontano”. Salvo poi rettificare in un’intervista molti anni dopo:”Non volli proprio salutarlo. A noi giocatori non importava nulla dei militari”. Una scelta che, nell’immaginario collettivo degli aficionados del Matador, ne esalta ancor di più la qualità di protagonista assoluto del mundial del 1978.
Così, carico di gloria, Marito torna a Valencia, dove ha modo di arricchire il suo palmares: una Coppa di Spagna nel 1979 e, l’anno successivo, una Coppa delle Coppe (nella quale si afferma come capocannoniere) e una Supercoppa Europea. Rimane a Valencia fino al 1981, quando, sempre su pressione di Di Stefano, viene acquistato dal River Plate per contrastare la forza del Boca Juniors di Maradona. Vince il campionato Platense nel 1981 ma l’anno successivo torna a Valencia a causa dell’incapacità del River di assolvere agli obblighi finanziari assunti per l’ingaggio del campione. Altri due anni di livello con i valenziani, conditi da 42 presenze e 21 gol. In mezzo il mundial spagnolo, dove Mario lascia la maglia numero 10 a Maradona e gioca una competizione sottotono, complici una condizione non ottimale e una posizione in campo sacrificata alle esigenze della squadra. Quella contro il Brasile sarà l’ultima partita giocata in nazionale dal Matador: 43 partite, 20 gol.
Nell’84 l’addio al Valencia è definitivo. Kempes ha trent’anni e, a quell’epoca, cominciano a pesare. Passa all’Hercules, formazione di Alicante, che il meglio l’ha già dato. E’ poi un girovagare di squadre minori e di nazioni: Austria per qualche anno, Cile, Indonesia. Mario è uno di quelli che non smetterebbe mai di giocare, anche col rischio di diventare solo un’attrazione per il nome che porta ed al quale, forse, in qualche modo manca di rispetto. Chiude definitivamente nel 1996 in Indonesia nelle fila del Pelita Jaya, dove, lo stesso anno, termina la carriera anche il camerunense Roger Milla.
Comincia così la sua seconda vita, quella da allenatore, sempre in giro per il mondo: Albania, Venezuela, Bolivia. Nel 2001 arriva addirittura in Italia, coinvolto in pochi mesi in due progetti fallimentari col Fiorenzuola prima e il Casarano poi. Torna in Spagna provando a ripartire dalla serie C ma, finita l’esperienza al San Fernando, abbandona definitivamente la carriera di allenatore. Mario Alberto, El Matador, istinto e talento, rientra in quella categoria di giocatori che non hanno le caratteristiche per fare gli allenatori: una certa riservatezza di carattere, forse l’incapacità di saper vedere le situazioni dall’alto, l’umiltà di sapersi limitare a occupare il proprio spazio, come dimostra la totale assenza di cartellini sanzionatori di qualsiasi colore nella sua lunga carriera.
Il terzo Mario Kempes, quello di oggi, è uno stimato commentatore televisivo della ESPN latinoamericana. Vive in America con la seconda moglie e dalla vita ha ricevuto altre due grandi sorprese: lo stadio di Cordoba, che dal 2011 porta il suo nome, e sei by pass al cuore, conseguenza forse di troppe scorribande d’attacco e delle sigarette a cui non ha mai rinunciato nemmeno quando segnava caterve di gol.
Ai suoi tempi, la televisione non era invasiva come oggi. Chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare, non lo ricorda per le 442 reti segnate in 664 partite giocate con squadre di club. No, per loro Mario Kempes è l’idolo che ha saputo dare una luce magica a un mondiale che, diversamente, sarebbe stato ricordato per i fatti macabri di una dittatura crudele. Lui rimane il numero dieci con la maglietta brillante della nazionale albiceleste con cui cavalcava nella trequarti campo avversaria tagliando le linee con l’ampia falcata che gli consentivano gambe lunghe e muscolose, i calzettoni afflosciati alle caviglie, l’irresistibile fascino della sua chioma ondeggiante e di un talento purissimo. Per loro, Mario Alberto Kempes era, e resterà sempre, El Matador.

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Fonte: a cura di Paolo Valenti

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