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Nela, l'Hulk giallorossoblu (Prima Parte)

condividi su facebook condividi su twitter 21-03-2016

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Nela, l'Hulk giallorossoblu (Prima Parte)

“Semplice, come le storie che cominciano, come dar calci ad un barattolo…” Nell’estate del 1981 la voce di Gianni Togni riempie l’aria delle vacanze italiane e i cuori degli innamorati. In quell’estate non possiamo sapere se Sebastiano Nela fosse tra questi ma di certo fu in quella stagione che cominciò quella storia con la Roma che dura ancora oggi. Ligure di Rapallo, paesino affacciato sul mare della riviera di levante a trenta chilometri da Genova, Sebino, questo il suo soprannome, ha disputato tre campionati col Genoa, la sua squadra del cuore, di cui, nell’intervallo delle partite che giocherà con la Roma, chiederà sempre il risultato insieme al bomber Pruzzo. Lo hanno fortemente voluto sia il presidente Viola che l’allenatore Liedholm, questo ventenne dal fisico esuberante, per rinforzare una squadra che l’anno prima ha conteso fino alla fine lo scudetto agli Agnelli. Il tecnico svedese vuole rinvigorire la trazione posteriore della squadra, che sulle fasce dispone di terzini poco adatti a spingere le azioni di gioco. Così, oltre a Marangon, già messosi in luce nel Vicenza di Paolo Rossi, arriva un altro mancino, che le sapienti cure del Barone svedese sapranno trasformare in un debordante terzino destro. Nela, all’inizio, non è convinto: non ha ancora capito i meccanismi di una grande squadra ma quando Liedholm, con una delle sue mirabolanti battute (“Nela può giocare a destra, a sinistra, in panchina, in tribuna…”), gli fa capire il messaggio, si adegua. Nei primi tre anni disputati con lo svedese in panchina, Sebino giocherà a sinistra solo in caso di infortunio del titolare (prima Marangon, poi Maldera).
Nella prima stagione in maglia giallorossa, Nela si mette in mostra per le doti che lo caratterizzeranno sempre: dinamismo, forza fisica, buona capacità di approcciare la fase difensiva e quella d’attacco. Capelli lunghi, petto villoso, un pacchetto di Marlboro rosse al giorno ne fanno subito un potenziale personaggio da copertine extracalcistiche. Lui, dietro a questa immagine, nasconde una ritrosia di fondo che riesce a custodire quanto basta il suo privato, che in una città dalle mille voci come Roma non è impresa facile. E’ la domenica pomeriggio che ama stare sotto i riflettori, con discese sulla fascia che sviluppano la potenza di quadricipiti mai visti in serie A. I ragazzi della Primavera, nella partitella di metà settimana contro i titolari, raccontano delle sue corse sui campi di Trigoria preannunciate a venti metri di distanza dalle vibrazioni del terreno di gioco: “Come i bisonti che attraversano le praterie in America” racconta agli amici uno di quelli che poi non avrà fortuna. Per la sua malcelata voglia di spaccare il mondo anche quando gli avversari provano a fermarlo con le cattive, diventa subito un idolo della Curva Sud, che per lui intona il coro tribale “Picchia Sebino” ogni volta che i giocatori della squadra ospite alzano un po’ troppo la cresta. Nei tempi da Belle Epoque della Roma della prima metà degli anni Ottanta, Nela è sempre presente: nell’83 per vincere il campionato, nell’84 per piangere su quello che poteva essere e non è mai stato, nell’86 per rincorrere e alla fine mollare l’ultima Juventus vincente di Michel Platini. La sua ascesa ai massimi livelli, anche in campo internazionale, sembra una lunga rincorsa destinata a buon fine, quando partecipa alla spedizione azzurra di Messico 86 alle spalle di un Antonio Cabrini alla sua ultima apparizione in un mondiale. Sebino sembra esserne l’erede designato a rilevarne il ruolo, certamente interpretato con caratteristiche diverse.
(Fine prima parte

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