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La rivoluzione del calcio a Cuba

condividi su facebook condividi su twitter 16-01-2016

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La rivoluzione del calcio a Cuba

Nel continente scoperto, per noi europei, da Cristoforo Colombo, fino a pochi anni fa il calcio era diffuso solo nell’America del Sud, culla di talenti destinati ad avere successo facendo a ritroso il viaggio intrapreso dai loro antenati. Dalla Patagonia, scenario scelto da scrittori come Osvaldo Soriano per raccontare partite immaginifiche ai confini del mondo, al Rio Grande, linea di separazione naturale tra il Messico e gli Stati Uniti, il futbol è sempre stato lo sport più popolare, seguito da milioni di persone e giocato ovunque. In tempi di globalizzazione, però, la localizzazione esclusivamente sudista del calcio nelle Americhe sta venendo progressivamente meno. I primi a puntare con investimenti sostenuti e piani di sviluppo a medio-lungo termine sono stati gli Stati Uniti, da molti ritenuti il paese meno adatto, per cultura e tradizioni, ad un impianto del soccer nella struttura sportiva del paese. Nessuno, evidentemente, aveva considerato due elementi fondamentali: la velocità della trasmissione delle informazioni nel mondo sempre connesso del ventunesimo secolo e la crescente presenza della popolazione di origine latina nella società USA.
Dalla veloce contaminazione delle informazioni, uscendo dal suo pluridecennale isolamento, sembra essere coinvolta anche Cuba, fino a ieri capace solo di guardare a nord (verso il baseball a stelle e strisce) piuttosto che verso sud (al calcio sudamericano). Le cose sono cambiate e, soprattutto tra le nuove generazioni, l’interesse per il futbol ha soppiantato il baseball nelle passioni collettive dei concittadini del Lider Maximo. Possibile? Si, visto che i campioni del campo a quattro basi emigrano negli USA causando un doppio danno al movimento: il depauperamento del campionato e quello della Nazionale, visto che a chi va a giocare negli States non è permesso di rappresentare il Paese. Il vuoto di interesse lasciato dal baseball è stato velocemente riempito dall’attenzione verso il calcio che, sulla popolazione più giovane, ha due forti ascendenti: si può facilmente giocare ovunque e ha un’impronta culturale latina. Soprattutto spagnola: le strade dell’Avana sono piene di ragazzini e giovani con le maglie bianche del Real Madrid o azulgrana del Barcellona. Maglie per lo più “taroccate”, quando non prodotte artigianalmente da chi le indossa: non è così difficile prendere un pennarello nero per disegnare un numero sette sulla schiena e scriverci sopra Ronaldo. Del resto il costo di una maglietta originale vale quasi quanto uno stipendio medio. La popolazione polarizza il tifo per le due grandi della Liga, le cui partite vengono trasmesse dalla televisione pubblica insieme a quelle del campionato tedesco. Poco spazio per la Premier, mentre la Serie A viene data in differita nel corso della settimana anche se, di fatto, è il campionato straniero che suscita meno interesse. La Champions League, invece, viene trasmessa dalle tv satellitari che, però, hanno visibilità solo nei grandi alberghi. Chi se lo può permettere paga un biglietto di ingresso salato e si piazza davanti alla televisione per assaporare il meglio del calcio europeo.
Nonostante l’interesse crescente di cui gode il futbol, il campionato cubano ha valori tecnici decisamente insufficienti e la gente non lo segue molto. I ragazzi si appassionano al calcio professionistico europeo e giocano per strada come si faceva in Italia fino agli anni settanta: la carenza di strutture e risorse e la mancanza di organizzazione fanno si che strade, piazze e spazi sterrati diventino i campi di gioco preferiti per emulare Cristiano Ronaldo e Messi. Anche il diverso orientamento negli sport seguiti, visto che il baseball è ormai lo sport preferito solo da chi ha quarant’anni o più, è indice di quella seconda rivoluzione che sta vivendo la Isla Grande, ben lontana da quella che portarono avanti il Che e Fidel Castro. Le nuove generazioni guardano al calcio con passione tipicamente latina, tanto che proprio il club di Florentino Perez ha recentemente dichiarato di voler aprire all’Avana un campus per bambini ai quali insegnare calcio e dare rudimenti di istruzione proprio sul modello delle Academy che, qualche miglio più a nord, gli Yankees hanno già sviluppato con le loro modalità strutturate e competitive. In un mondo dagli spazi sempre più compressi, il ritorno degli spagnoli può significare più opportunità che impoverimento di risorse. E, soprattutto, certifica che a Cuba sta iniziando una nuova rivoluzione.          

 

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