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Metti una sera a Certaldo (Seconda parte)

condividi su facebook condividi su twitter 05-02-2016

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Metti una sera a Certaldo (Seconda parte)

Eccoli qua: tre manager più o meno in carriera sulla strada di un pellegrinaggio che sa d’avventura e scoop giornalistico, alla ricerca di un sacro Graal improbabile ma plausibile. Il tempo sembra essere tornato indietro agli anni del liceo, quando nelle giornate di primavera si marinava la scuola e si prendevano i motorini per attraversare la città e arrivare a Trigoria a sbirciare gli allenamenti del Barone, aspettando i giocatori all’uscita per rubare un autografo o almeno un saluto. E poi via verso il mare per comprare i gelati e sedersi a guardare l’orizzonte parlando della Roma e di dove passare le vacanze estive.

Arriviamo a destinazione all’imbrunire. Lasciamo la macchina in una grande piazza che affaccia sul Corso centrale. Dobbiamo dire che non è un belvedere: la parte del paese che vediamo è abbastanza nuova, con pochi spunti architettonici di rilievo e alcun fascino medievale. Ma, a dire il vero, di questo poco ci interessa. Decidiamo subito di andare alla caccia della dimora spallettiana, inerpicandoci su una strada in salita che guida alla parte alta del paese, dove in effetti ci sono diverse ville delle quali possiamo monitorare i nomi dei proprietari applicati sulle targhe di citofoni e cassette per la corrispondenza. Quello di Luciano, però, non compare. Nemmeno una sorella, una madre, una zia: sembra che a Certaldo di Spalletti non ce ne siano mai stati. Arrivati in cima alla strada, anche l’ultimo cancello ci conferma che la fortuna non è dalla nostra parte, arditi, folli tifosi alla ricerca di un indizio da seguire per incontrare quel toscano dalla cantilena inequivocabile e densa di verità calcistiche: il tacco, la punta, il contrasto, l’equilibrio, le c aspirate, i congiuntivi a ripetizione, lo sguardo sempre a metà tra il sorriso e l’occhio che può fulminare.
Ci arrendiamo. Torniamo giù verso il Corso centrale, di una povertà estetica che ci fa domandare come sia possibile che ogni paesino della Toscana abbia grazia ed eleganza tranne questo.
“Ecco perché il mister se n’è andato” mi viene inevitabilmente da commentare con i miei compagni di ventura.
Ci fermiamo nell’unico bar aperto: entriamo sentendoci puntati addosso gli sguardi che si dedicano ai forestieri, da chi ti scruta per cercare di capire cosa ci fai da quelle parti, come mai sei passato di lì.   

Se ce lo chiedono glielo diciamo: siamo venuti a cercare Spalletti” dico a Massimo con un sorriso goliardico e rassegnato. Un analcolico, qualche salatino e riprendiamo la macchina per ricongiungerci ai colleghi.
Sulla porta dell'albergo che ci ospita incrociamo il direttore commerciale:

“Ciao ragazzi, com’è andata? Non vi ho visto a San Gimignano”.

“Infatti non siamo andati lì” risponde per tutti Andrea.

“Ah, e dove siete stati?”

“A visitare Certaldo, paese natale di Luciano Spalletti!”

“Voi siete matti” risponde attonito il direttore.

“No, i matti siete voi che non ci avete accompagnato!”

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