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Chi va e chi viene

condividi su facebook condividi su twitter 13-01-2016

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Chi va e chi viene

Come da cinque anni a questa parte, è ancora sulle rotte transatlantiche che si decidono i destini della Roma. Andate e ritorni, amori sfioriti e rinati. Nella surreale situazione che ha visto Rudi Garcia a Trigoria a condurre gli allenamenti come un dead trainer walking, a Miami si sono discusse le strategie per risollevare le sorti di una società che sembra ad un passo dal punto più basso della gestione americana.

ADDIO RUDIArriva al termine l’avventura di Garcia, l’uomo che seppe ridare orgoglio, gioco e risultati ad una squadra seppellita da se stessa e dalle incapacità della sua dirigenza. Gioco arioso, ripartenze veloci, movimenti compatti, dieci vittorie di fila e una resa solo alla Juventus più forte degli ultimi anni. Rudi conquistò la piazza con slogan diventati marchi di fabbrica, dai derby che non si giocano ma si vincono alle chiese riportate al centro del villaggio. Un primo anno che, nonostante l’infortunio di Strootman e la partenza di Benatia, continuò quasi per inerzia fino al primo, deflagrante scoglio sul quale si imbattè la nave guidata dal francese, il Bayern Monaco. Da quel momento niente fu più come prima, anche se il gioco della squadra, seppur con qualche incertezza, continuò a fluire fino al 30 novembre 2014, Roma-Inter 4-2. Poi la Roma si ammalò di un male oscuro che, ancora oggi, nessuno ha saputo diagnosticare. Prestazioni sempre più involute, risultati afflitti dal morbo della pareggite, una classifica sempre più asfittica, salvata solo dal colpo di testa di Yanga Mbiwa nel derby di fine stagione, gli screzi profondi con Pallotta e l’ora di un addio che sembrava arrivata e che, per motivi economici, si è cercato di evitare in tutti i modi fino ad oggi, quando la Roma, dopo un secondo tracollo che ha lasciato il segno, quello di Barcellona, ha rimesso a nudo deficit strutturali che, nella prima parte della stagione, sembravano superabili. Il resto è storia di questi giorni, un po’ assurda come molte delle situazioni che la Roma si trova ad affrontare, con Garcia di fatto allontanato già prima di Natale e di nuovo sulla panchina il giorno della Befana. Rudi scompare per colpe non solo sue, scontando i limiti di struttura di una società non ancora equilibrata nella definizione e distribuzione di ruoli e poteri e la mancanza di personalità di giocatori inghiottiti dall’isteria del clima romano.

BENTORNATO LUCIANO – Non sarà facile il compito di Spalletti, atteso ad una vera ricostruzione, soprattutto nel morale della squadra e della tifoseria. Le basi ci sono, bisogna scrollarsi di dosso le paure e le incertezze che sono compagne della Roma da un anno a questa parte, fantasmi neri che Garcia non è riuscito a scacciare. Luciano gode di buon credito presso i tifosi, forse qualche rapporto si era logorato con la stampa negli ultimi mesi di esperienza dell’era Sensi. Ma è l’ultimo allenatore con cui la Roma ha vinto dei trofei, e questo nell’immaginario collettivo conta. Non è su questo credito, facilmente erodibile in mancanza di risultati immediati, che potrà basare il suo lavoro, prima di tutto psicologico e poi tattico. Provando ad immaginare, al netto di eventuali rinforzi del mercato invernale, la disposizione degli uomini in campo potrebbe rimanere invariata, con un 4-3-3 più corto e aggressivo rispetto a quello visto negli ultimi tempi con Garcia, oppure con un 4-2-3-1 che vedrebbe lo spostamento di un centrocampista (Pjanic?) a ridosso della punta centrale. I “titolari” sono quelli, con il probabile inserimento in pianta stabile di Torosidis in difesa e il conseguente avanzamento di Florenzi all’ala. Dalla parte opposta potrebbero giocarsi il posto in tre: Salah, Gervinho e Iago Falque, con possibilità di rotazione in funzione dell’avversario e dell’andamento della partita. Ma si tratta di congetture da scribacchini che fanno i ragionieri dietro a una scrivania: sarà il campo a svelare la nuova Roma di Spalletti. Non vediamo l’ora.  

 

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