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Una sVentura dietro l'altra

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 14-11-2017 - Ore 14:11

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Una sVentura dietro l'altra

INSIDEROMA.COM - MASSIMO DE CARIDI - Clamoroso ma vero: l'Italia è fuori dal Mondiale 2018. Era dal 1958 che non accadeva, esattamente 60 anni fa. Sicuramente, le maggiori responsabilità sono del ct Giampiero Ventura, incapace non solo di dare un gioco alla Nazionale italiana ma anche un'identità ad un gruppo di giocatori che mai si sono sentiti squadra. L'ultima decisione era quella di far entrare De Rossi e non Insigne o El Shaarawy ma è stato lo stesso centrocampista della Roma a spiegare come fosse più importante mettere una punta e pensare così alla maglia azzurra che a se stesso. Le lacrime finali di Gianluigi Buffon, capitano dell'Italia ed a questo punto all'addio ufficiale alla Nazionale, hanno fatto il giro del mondo così come la debacle italiana. La sconfitta, però, non è solo di chi è sceso in campo o li ha diretti dalla panchina ma per tutto il movimento calcistico. A cominciare dal presidente federale, Carlo Tavecchio, che in queste ore sta tentando un colpo di coda cercando di convincere uno dei grandi allenatori nostrani a sedere sulla panchina azzurra per cercare di riportare in auge la nostra Nazionale. Non sarà facile convincere Ancelotti, Mancini o Conte (con gli ultimi 2 che dovrebbero avere un doppio incarico visto che sono già impegnati con Zenit San Pietroburgo e Chelsea) ma anche se dovesse riuscire in questo miracolo, sarebbe sufficiente? Probabilmente, sarebbe necessario anche fare dei cambiamenti radicali a livello di settore giovanile con un numero di stranieri più contenuto, cercando di privilegiare i ragazzi nati nel nostro Paese a stranieri che arrivano qui più per rimpinguare le casse di qualche club o di qualche dirigente che per ridare credibilità al sistema calcio italiano. Servirebbe introdurre una legge che obblighi le società a far giocare titolari almeno 3-4 under 23 a squadra in ogni gara ma bisognerebbe rendere più competitiva anche la nostra serie A. Il nostro campionato necessita di una riforma seria e che dia una svolta per tornare ai fasti di un tempo. Innanzitutto, la serie A dovrebbe abbassare di almeno 2 unità il numero di partecipanti con 4 retrocessioni invece di 3 per non mandare in vacanza almeno 6-7 squadre già al termine del girone d'andata, non rendendo così la competizione interessante ed alimentando sempre dei dubbi nei tifosi. Seguire il modello tedesco post-Mondiali 2006, aiutando le società ad avere stadi di proprietà e non ostacolandole come avviene da anni ad esempio nella Capitale per interessi di questa o quell'altra parte politica ed economica della città. Gli stadi italiani sono tra i meno confortevoli d'Europa, i prezzi dei biglietti sono sproporzionati rispetto alla qualità del prodotto calcio italiano mostrato, i campi non sono all'altezza ed i tanti infortuni traumatici lo dimostrano, la viabilità intorno agli stadi, l'Olimpico in primis, somiglia sempre più ad una zona di guerra, a Milano c'è finalmente una fermata di metropolitana che ferma proprio a San Siro, ma è un'eccezione e dopo tanti anni, i parcheggi intorno allo stadio sono lontanissimi per motivi di sicurezza (chissà perché all'estero tutto ciò non esiste) e così si scoraggia sempre di più l'appassionato a seguire la propria squadra dal vivo. In Inghilterra, poi, non tutti gli incontri vengono trasmessi in diretta tv come avviene da noi e la gente è “costretta” ad andare allo stadio per ammirare i propri beniamini. In Spagna ed in Germania, esistono da anni le seconde squadre dei club maggiori che militano nelle serie inferiori ma sono molto più formative della nostra Primavera e così un giovane a 18 anni già si può confrontare con giocatori di 25-30 anni con maggiore esperienza. Tante sono le possibili soluzioni per non arrivare a quella estrema che fu adottata nel 1966 dopo la bruciante eliminazione da parte della Corea. All'epoca, si decise di chiudere completamente le frontiere che vennero riaperte solo nel 1980 ma anche questa idea consentirebbe di migliorare il prodotto nostrano anche se nel breve sarebbe una perdita enorme per il movimento calcistico italiano, che non acquisirebbe più grandi campioni dagli altri Paesi. In realtà, i fasti post-chiusura delle frontiere degli anni '80-'90 appaiono comunque ben lontani e difficili da ripetere, poiché all'epoca i migliori calciatori del mondo venivano a giocare in Italia ed ora invece scelgono Spagna ed Inghilterra per i maggiori guadagni che ottengono in quei 2 Stati. Per riuscire quantomeno a far riavvicinare tanti grandi giocatori alla nostra serie A, servirebbe un cambiamento totale anche per la spartizione dei diritti televisivi, modello inglese o meglio ancora NBA: le società che sono arrivate più in alto nell'anno precedente dovrebbero prendere meno soldi rispetto a chi è arrivato in fondo con un tetto massimo degli ingaggi stabilito per tutte le società. Ovviamente, non tutto questo sarà possibile farlo ma basterebbero alcune di queste iniziative per dare almeno una scossa ad un movimento totalmente allo sbando. 

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