Rassegna stampa

Se ne è andato Giagnoni, tecnico vero oltre il colbacco

condividi su facebook condividi su twitter Redazione 09-08-2018 - Ore 08:08

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Se ne è andato Giagnoni, tecnico vero oltre il colbacco

IL CORRIERE DELLA SERA - R. DE PONTI - Soltanto colbacco e sciarpa? Quando nel 1971 si presentò a Torino, fresco di promozione ottenuta sulla panchina del Mantova, Gustavo Giagnoni prese da parte quel ragazzino esuberante che di nome faceva Pulici Paolino, fino a quel momento 79 presenze in A e appena 9 reti, e gli disse: «Da oggi tu non giochi e ti alleni con la Primavera. Quando sarai pronto ne riparleremo». Lo mise a tirare pallonate contro un muro, sotto lo sguardo comprensivo del suo mentore Oberdan Ussello, poi dopo due mesi lo richiamò: «Sei pronto, adesso». Pulici sarebbe diventato Puliciclone, capocannoniere dei campionati 1973, 1975 e 1976. Idolo dei tifosi granata.
Gustavo Giagnoni non era soltanto colbacco e sciarpa, era «anche» colbacco e sciarpa. Ma soprattutto era un allenatore vincente, per quanto abbia vinto molto meno di quanto avrebbe meritato. Debuttò sulla panchina del Mantova, dove già aveva vissuto un glorioso passato da difensore (in quattro anni nel «piccolo Brasile» di Edmondo Fabbri e Italo Allodi salì dalla quarta serie alla serie A), salvando la squadra dalla C prima e portandola in A poi nel giro di tre stagioni. E fu a Mantova che scoprì il colbacco: glielo regalò un tifoso che li importava dalla Lapponia, impietosito dall’insofferenza al freddo di questo ometto originario di Olbia. Lo indossò a Mantova, e passò inosservato. Lo rispolverò nella fredda Torino l’inverno successivo, e diventò personaggio. E a quel punto il colbacco gli sarebbe rimasto sulla testa anche nei mesi più caldi (potenza della scaramanzia...), accompagnato più avanti da una lunga sciarpa a scacchi bianchi e granata. Personaggio ed eroe della curva Maratona, Giagnoni: intanto per aver riportato i granata in testa alla classifica 22 anni dopo i Grandi di Superga, e poi per aver sempre mostrato una profonda antijuventinità, che raggiunse il suo culmine nella famosa scazzottata in un derby con Franco Causio. Gli odiati bianconeri gli soffiarono anche uno scudetto, colpa di un gol di Agroppi (altro cuore Toro doc) non visto dall’arbitro Barbaresco nel fango di Marassi in un Sampdoria-Torino terminato 0-0 (ma l’allora blucerchiato Lippi — a proposito di juventini...— ha sempre negato che quel pallone avesse superato la linea bianca). Era il 1972. Quarant’anni dopo, Barbaresco avrebbe ammesso il suo errore: magra consolazione.
Rimase al Torino fino al 1974, Giagnoni, attirato dalle sirene del Milan, ma nello storico scudetto del 1976, quello di Gigi Radice e dei gemelli del gol, molto c’era di suo e dei giocatori che aveva cresciuto, a partire da quel promettente attaccante parcheggiato per due mesi davanti a un muro del Filadelfia a tirare pallonate. A Milano non andò troppo bene, un anno e spiccioli prima di essere sostituito da Giovanni Trapattoni. Poi le panchine di Bologna, Roma, Pescara, Udinese, Perugia, Cagliari (dove da allenatore di C1 eliminò la Juventus — guarda un po’... — di Platini nei quarti di Coppa Italia) e infine la Cremonese, che nel 1990 riportò in serie A. Se n’è andato a 86 anni, sconfitto da una malattia, nella sua città adottiva, Mantova, la stessa di Orfeo Pianelli, il presidente del sogno e dello scudetto granata. Insieme continueranno a fare il tifo per la loro squadra del cuore. Giagnoni sempre indossando il colbacco, naturalmente.

Fonte: Il Corriere della Sera

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