Il giardiniere nel pallone

Psicoanalisi del tifoso romanista

condividi su facebook condividi su twitter 08-04-2017

| | Commenti →
Psicoanalisi del tifoso romanista

Ve la butto lì: Sigmund Freud era della Roma.

Il padre della psicoanalisi, forse l'anarchico per eccellenza, pare avesse deciso di fare lo strizzacervelli per dare una risposta ai tre interrogativi che, dalla notte dei tempi, assillano il genere umano.

Qual è il senso della vita?

Siamo soli nell'Universo?

Cosa spinge un individuo ad essere romanista?

L'ultimo quesito me lo pongo da tempo, ahimè. Il tifoso della Roma è speciale, questo è fuori dubbio.

E incarnerebbe alla perfezione il paziente ideale per certe sedute di psicoanalisi.

Mi spiego meglio.

Chi è romanista lo sa, la storia è assai povera di trofei. La Roma, da sempre, è solita mancare gli appuntamenti importanti.

Questione di mentalità, si dice.

Sembra assurdo che in (quasi) novant'anni di storia, tra calciatori, allenatori e dirigenti di epoche totalmente differenti, nessuno abbia mai incappato (eufemismo) nella famigerata (altro eufemismo) mentalità vincente.

È vero, qualche raro caso c'è stato, ma troppo pochi rispetto alle potenziali occasioni.

Ma si sa, nel calcio, come nella vita, vince uno soltanto: lo juventino.

Torniamo però a noi.

In città, specie dopo il derby di Coppa Italia che davvero non riesco a ricordare (sarà l'età), è scoppiata la solita psicosi collettiva.

Altra peculiarità del tifoso della Roma.

Un esempio? Le notti passate in bianco per trovare il perché del rapporto Totti-Spalletti, dei gusti musicali della signora Blasi, di quelli culinari di James Pallotta o delle crisi d'identità di Max Thriller (tanto per citarne alcuni).

Altro esempio? Ramon Rodriguez Verdejo, in arte Monchi.

In pochi, pochissimi (a parte gli addetti ai lavori e i residenti a Siviglia) conoscevano tale personaggio.

Sto parlando dell'oramai ex direttore sportivo del Siviglia. Mi esimo dal raccontarvelo poiché ci hanno già pensato i maggiori (e non solo) quotidiani sportivi nazionali, nei giorni scorsi.

Ebbene, Monchi sarà il nuovo direttore sportivo della Roma.

Forse.

Perché è notizia di poche ore fa, un suo avvicinamento coi francesi del PSG.

Oh-mio-Dio.

E via col terrore che la Roma non potrà più contare su un dirigente che, ripeto, fino a qualche giorno fa nessuno conosceva.

Capitolo allenatore: Spalletti se ne va.  

Davvero? E dove?

Alla Juve.

Oh-mio-Dio.

Tranquilli, non è detto. Ma la psicosi intanto avanza: galoppante.

In sella ad un cavallo pazzo.

Ve lo dico, comincio a non tollerare più i rinvii che l'allenatore di Certaldo, puntualmente, chiede ad ogni domanda sul proprio futuro.

Resto comunque convinto che sia l'unico capace di guidare, con successo, una piazza folle come quella giallorossa.

Nel frattempo, il tifoso della Roma si informa e già sogna coi possibili sostituti. Da Jorge Sampaoli (dalle evidenti assonanze estetiche col toscano), passando per Montella, Di Francesco, Gasperini e arrivando a Mauricio Pochettino (con grande entusiasmo dei titolisti del quotidiano sportivo più rosa di sempre).

Per non parlare dei calciatori: il tifoso della Roma è quello che al primo, impronunciabile, nome schiaffato in prima pagina, improvviserà moduli e sistemi di gioco in cui schierarlo.

Il tifoso della Roma è questo, ma anche molto (terzo eufemismo) di più.

E alla domanda a cui Freud non ha risposto (cosa spinge un individuo ad essere romanista?), intervengono i suoi studi: l'istinto primordiale, ad esempio.

Il bisogno, l'esigenza di vivere emozioni forti, nonostante tutto. Nonostante le delusioni e, spesso, le fregature.

La speranza, questa maledetta.

Se immagino la speranza, la vedo come una vecchia, lurida, baldracca che si vende per pochi euro sul ciglio della strada; come se fosse l'unica al mondo.

O come un altro giro di Whisky  in un bar di periferia.

Non so se Freud ci avesse mai fatto caso, ma le tre domande esistenziali hanno una stretta correlazione.

Qual è il senso della vita? E quale se non quello di sentirsi liberi di amare, di credere in qualcosa a prescindere dalla sua realizzazione.

Siamo soli nell'Universo? No, almeno fino a quando quella fottuta bandiera, oro e porpora, non smetterà di sventolare in Curva Sud.

Perché a prescindere dai nomi, quella maglia sarà l'unico, vero motivo che spingerà ogni tifoso a continuare a vivere e a sentirsi, fiero, romanista.

Quindi testa al Bologna perché son convinto che la stagione, questa stagione, non può mica finire qui.

In fondo sono anch'io un tipo da psicoanalisi. Maledetto Freud...

 

commentiLascia un commento

Nome:  

Invia commento

chiudi popup Damicom