Il giardiniere nel pallone

Questa Roma è una cagata pazzesca

condividi su facebook condividi su twitter 24-01-2018

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Questa Roma è una cagata pazzesca

“Questa vita, amico mio, è una cagata pazzesca…”

Me lo dicevano in tanti, troppi. Quelli che sapevano già tutto.

Me lo dicevano i parenti, stretti, fin troppo, consegnandomi una motosega e spacciandola come la chiave di volta per i successi futuri.

Non ci ho mai creduto, per questo son diventato romanista.

Cazzo.

Non l’avessi mai fatto.

Una vita spesa a rincorrere sogni e ad imprecare ogni qualvolta mi rendevo conto che erano quelli degli altri.

Una vita a rassicurare tutti sul fatto che prima o poi le cose sarebbero cambiate. Che sarebbe giunto anche il mio momento.

Be’, ancora lo sto aspettando.

Spero che nessuno si offenda. Specie nell’era del tifo due punto zero. Quella animata (eufemismo)

dal tifoso annoiato, triste e solitario che si accomoda in poltrona e che segue la Roma rimuginando sulla limonata mancata del terzo Liceo e che accetta, di buon grado, qualsiasi risultato. Ma anche dal tifoso killer, uccisore di sogni e speranze. Quello col fumogeno acceso in salotto e che alla prima difficoltà getta fango sui propri calciatori.

Avrete da ridire su quanto scritto nel titolo, ma ve ne farete una ragione.

E non provate a tirare in ballo l’amore per la maglia o cazzate simili.

Non interessa a nessuno di quelli messi sul libro paga di James Pallotta, figuratevi a me.

Non ce l’ho con loro, ma con me stesso.

Dovevo capirlo prima. In fondo siamo tutti fratelli.

Figli della lupa?

No, di Ugo Fantozzi.

Ebbene sì, è questa la verità. Una fantozziana Roma strappa un punto all’Inter che ci toglie ogni barlume di speranza per il futuro.

Punti persi nella lotta Scudetto? Macché, certe velleità le ho mollate da tempo. Almeno dall’accensione di quella maledetta motosega.

Scemo sì, ma fino ad un certo punto.

Eppure questa volta ci speravo. La squadra di Eusebio Di Francesco era partita col giusto piglio: aggressiva sulla trequarti interista e causa dei numerosi grattacapi al pelato toscano che gustava il secondo sgambetto alla sua ex squadra.

E poi? Poi son tornate, prepotentemente, le nostre origini. La voglia di urlare alla Milano nerazzurra e al mondo intero: “Io sono Ugo Fantozzi!”.

Su, ammettetelo. Siamo tutti il ragionier Fantozzi.

Una vita a sognare qualcosa che mai si realizzerà. E pensare che ci accontenteremmo di vedere la signorina Silvani consegnarci una Coppa Italia. Ma niente, i lor signori han snobbato pure quella.

Meritiamo traguardi ben più importanti.

Cazzo, li meriteremmo davvero se solo le origini fantozziane non ci fregassero.

Non ce l’ho con Eusebio Di Francesco per averci fatto credere in quella Roma bella, combattiva e con le spalle larghe di metà stagione.

Continuerò a sostenerlo finché troverò in lui l’umiltà e il sacrificio nell’affrontare ogni ostacolo.

Non ce l’ho con Bruno Peres per non aver mantenuto fede alle promesse non fatte.

Non ce l’ho nemmeno con Nainggolan per non aver accorciato su Brozovic in occasione del gol del pareggio dell’Inter.

Non ce l’ho con Monchi e con le sue fantozziane uscite sulle trattative di Calciomercato.

In fondo la storia è stata chiara, fin dall’inizio: una vita a correre, imprecare per timbrare il cartellino in tempo per veder festeggiare gli altri.

Una vita passata a fianco della signora Pina. Triste e apatica.

Ma la cosa che più di tutte mi fa incazzare è che sarò lì, già da stasera, a cantare e soffrire per quei maledetti undici che vorrei veder sudare in un’officina metalmeccanica e che saranno attesi da una Sampdoria (ore venti e quarantacinque, Stadio Luigi Ferraris) che è molto più squadra dell’Inter di Spalletti e che ora incute timore come non mai.

Sarò lì perché quel maledetto qualcuno che mi ha fatto nascere romanista, ha avuto l’infimo desiderio di farmela bramare quella squadra, quella vecchia e petulante signora Pina; da desiderarla a tal punto di odiarla per poi tornarci a far l’amore più forte di prima.

Nonostante tutto.

E ditemi voi, cosa c’è di più fantozziano di questo?

 

 

Fonte: a cura di Diego Fois

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