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Il tacco di Dio

condividi su facebook condividi su twitter 17-08-2022

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Il tacco di Dio

Florin in Italia proprio non ci voleva andare. Ma a casa sua, nella campagna attorno a Bucarest, in quegli anni non c’era futuro.
A un ragazzo con poco più di 20 anni che sogna di fare l’imprenditore va stretta quella vita di totale rinuncia, dove la massima aspirazione sembra essere fare il cassiere nel minimarket ortofrutticolo dello zio Ovidiu, annotando i conti su un blocchetto a quadretti quasi sempre sporco e inumidito, con una vecchia casio con le pile scariche, bagnando la verdura di tanto in tanto con uno spruzzino per ingannare gli occhi dei compratori dando l’illusione di un prodotto sempre fresco.
Florin non voleva proprio andare via da casa sua. Ma la vita a volte ha dei piani che in quel momento non si riescono a comprendere.
Quel giorno la corriera parte prestissimo. Con l’aiuto della mamma aveva preparato il valigione cercando di mettere tutto l’occorrente. La destinazione è Roma, lì ad aspettarlo c’è suo cugino, il figlio della sorella della madre. E’ più grande di lui, gli darà una mano per i primi tempi, ospitandolo e facendolo iniziare a fare il muratore per la ditta per cui lui lavora.
Trascina quella valigia in quella fredda mattina di fine autunno. Valigia deformata a forza di infilare dentro il più possibile, tra vestiti, oggetti di uso comune, come rasoi, pantofole, scarpe, sciarpe, cappelli, e qualche piccolo ricordo per non sentire in maniera così feroce la mancanza di casa.
E’ ora di partire, la mamma lo stringe forte prima di lasciarlo salire sull’autobus, gli carezza il volto. Il dolore che sente non si può capire, nessuno può. Anche Florin vuole farsi forza, lotta contro sé stesso per non piangere, non vuole farsi vedere disperato dalla madre, non se lo merita povera donna, una vita a faticare come una bestia, fare mille lavori e non avere mai un soldo per lei per togliersi una soddisfazione, solo sacrificio, continuo, costante, asfissiante sacrificio. Anche il papà sta lì, fermo, impietrito, il suo unico figlio sta partendo verso una terra sconosciuta, non vuole commuoversi e come Florin fa una fatica tremenda a fermare le lacrime, anche lui con addosso la fatica di chi, ogni giorno, si spezza la schiena di duro lavoro per non arrivare mai ad avere un’accidenti di niente.
Le porte del bus sfiatano e si chiudono; Florin attraverso il finestrino, vede piano piano i genitori farsi sempre più piccoli, fino a sparire inghiottiti da una Bucarest fredda e desolata a quell’ora del mattino.
Florin ha paura.
La sente pulsare dentro le tempie, un calore inusuale gli avvolge il corpo, il cuore se lo sente stretto dentro un pugno che quasi fatica a battere e pompare sangue. Ma deve riuscire a stare calmo, lo deve fare per chi gli vuole bene, lo deve fare per lui stesso. Prega come gli insegnò la nonna tanto tempo fa, quando era un bambino. Prega e spera. Spera che in Italia, a Roma, la vita sia possibile.
Florin prega.

Sono passate diverse settimane da quando è arrivato in Italia. Roma è gigantesca, in certi momenti della giornata si sente schiacciare da questa grande multietnica città. Suo cugino l’ha fatto entrare a lavorare nella ditta edile in cui lavora. La paga è misera, contando che fa solo le pulizie del cantiere, ma la fatica è tantissima, gli altri operai, italiani, polacchi, albanesi, kurdi, di ogni nazionalità se ne approfittano, lo sfruttano e lo deridono. Florin non parla le loro lingue, sa di essere sbeffeggiato, ma tiene duro, non vuole arrendersi, non può farlo. Verrebbe divorato da quell’ambiente che non aspetta altro che avere carne da macello per scaricare la frustrazione che non riesce a scaricare altrove. Ogni tanto ripensa a casa sua, alla sua Dinamo Bucarest, chissà cosa sta facendo in campionato, i “Cani Rossi” che tanto amava, adesso sono lontanissimi e seguirli è impossibile.
I giorni passano e iniziano ad assomigliarsi gli uni agli altri, Florin è ai margini, non lo considerano se non per deriderlo. Suo cugino vede tutto, ma si gira dall’altra parte, ormai il branco gli ha spento la lucidità, e il falso rispetto del gruppo verrebbe meno se provasse a tendere la mano al ragazzo divenuto lo zimbello del cantiere. L’Italia facile e ricca che raccontava per telefono non l’ha mai vista nemmeno lui, quella vita la vede fare agli altri, e lui la racconta come se fosse lui a viverla. Bugie, inutili e insensate bugie.
Florin la sera prega, così come gli ha insegnato la nonna.

Finalmente arriva la domenica, il meritato riposo, Florin la domenica torna a guardare la vita con un po’ più di ottimismo, il cugino lo porta a divertirsi un po’. Spesso vanno a seguire la partita della Roma dentro qualche bar o locale, e a Florin quel “Lupo” ricorda tanto i suoi amati “Cani Rossi” della Dinamo Bucarest. Quella domenica Florin in quel bar, viene colpito da qualcuno, non riesce a vederla bene, le persone gli passano davanti, il cugino non la smette di parlare, e intano in tv durante la fine del primo tempo delle partite si parla di un ragazzo di nome Amantino Mancini, che gioca nel Venezia, di proprietà della Roma, lasciato in prestito per “farsi le ossa”. Ne parlano male, quasi anche come a sbeffeggiarlo per l’ennesima partita sottotono. Il ragazzo di Belo Horizonte, sente come Florin la saudade e quel campo lo maledice anziché benedirlo.
Con gli occhi Florin passa dallo schermo della tv a tubo catodico alla folla del bar in cerca di lei. L’ha vista non può essersi sbagliato. Ma ha una confusione in testa che non riesce a capire, a spiegarsi; non sa neanche lui cosa gli prende, si alza per cercare meglio. Forse ha visto male, si sarà sbagliato.
No, ha visto bene. La ragazza si muove rapida tra un tavolino e l’altro.
Esile, dalla pelle chiarissima, lunare, viso spigoloso ma lineare, proporzionato. E con quegli occhi color ambra. Florin cerca in tutti i modi di continuare a guardarla tra le persone e il clamore della partita. Anche lei sembra aver iniziato a percepire quell’interesse, avverte che qualcuno nutre per lei curiosità. Si sofferma un’istante, si volta.
I loro occhi si toccano.
Alessandro Faiolhe Amantino, come Florin, lascia casa sua da ragazzo. Giovanissimo viene in Italia, lo acquista la Roma, per poi però, girarlo al Venezia per fare esperienza. Viene soprannominato mansinho, mansueto, così lo chiama sua nonna. Soltanto poi Tonino Cerezo lo cambierà in Mancini in onore dell’ex calciatore italiano Roberto Mancini.
A Venezia però non inizia bene. Durante gli allenamenti prova a mostrare qualche giocata di classe, ma il mister gli dice che in Italia certe cose non vanno bene, non servono, non si fanno. Ben presto finisce ai margini della squadra. Non vede quasi mai il campo.
La sua avventura sembra essere finita prima di iniziare. Amantino prega, ma sente la nostalgia di casa, prova a smorzarla con la musica del suo Brasile. Pensa spesso che cosa ci è venuto a fare lì? L’Italia facile e la bella vita sono una favola raccontata dagli altri, bugie, inutili e insensate bugie.
Il mister Capello alla fine dell’anno di prestito al Venezia, vuole vederci chiaro. Non si accontenta del giudizio negativo dato a Mancini dall’ambiente veneto. Lo vuole vedere con i suoi occhi. Gli dà fiducia. Il coraggio di Capello nel dare fiducia a questo ragazzo venuto dal Brasile viene ripagato man a mano. Come un enorme ferita rimarginata, lo spirito di Mancini inizia a risollevarsi e prestazione dopo prestazione inizia a guadagnarsi un posto in squadra.
Con la Roma inizia a ingranare. L’eredità pesante lasciata da Cafù, passato al Milan in quell’estate, non sembra più essere così ingestibile, inarrivabile.
Amantino, quel mansueto ragazzo arrivato da Belo Horizonte altro non aveva bisogno che di fiducia. Qualcuno che avesse avuto fiducia in lui, che lo motivasse, che lo portasse a credere che si poteva arrivare a raggiungere i propri traguardi.
Così come mister Capello fa con Amantino. Dorina, la ragazza dagli occhi color ambra, proveniente da Bacau fa con Florin.
I due ragazzi da quel contatto avevano iniziato a frequentarsi. Florin aveva cominciato a sentire dentro di sé una forza, una consapevolezza, che non sapeva neanche di possedere. Dorina era stata in grado di aiutarlo a uscire da quel baratro di fallimento che a poco a poco lo stava per spegnere. Gente senza scrupoli, non aveva fatto altro che alimentare quel senso di sconfitta che Florin non sapeva come scrollarsi di dosso.
Florin e Amantino avevano pregato. Tanto. Finalmente le loro preghiere erano state ascoltate.
Entrambe avevano incontrato chi credeva in loro, e per loro avrebbero lottato.
9 novembre 2003. È sera, sono quasi le 20:30. Si gioca il derby stasera. Roma contro Lazio. Il derby per ogni tifoso non ha bisogno di presentazioni, non è una partita è LA partita. Per la Roma scendono in campo Pelizzoli, Zebina, Samuel, Panucci, Mancini, Emerson, Dacourt, Lima, Totti, Montella, Cassano. Guidati da Fabio Capello; la Lazio invece si presenta con Sereni, Oddo, Negro, Stam, Favalli, Conceicao, Dabo, Liverani, Giannichedda, Stankovic, Corradi allenati da Roberto Mancini.
Lo stadio è pieno fino a scoppiare sono più di 70.000 i presenti quella sera.
Iniziano le ostilità e le due squadre come ogni derby che si rispetti danno vita a una vera e propria battaglia in campo che spesso sfocia in contrasti e interventi al limite del regolamento. La partita scorre con occasioni da una parte e dall’altra, ma senza reti.
Arriva il minuto 81. L’arbitro Trefoloni fischia un fallo sulla laterale destra dell’area di rigore laziale in favore della Roma. La partita sta per concludersi, mancano pochi minuti al fischio finale, per la battuta si incarica Cassano. In area di rigore inizia una lotta di posizione frenetica, spinte e strattoni la fanno da padrone. Cassano vede sgusciare davanti a tutto quel mucchio di giocatori mansinho. Colpisce il pallone di interno destro, leggermente a girare. La palla vola a mezza altezza, tesa e veloce. Alessandro Amantino Mancini spicca un salto, quasi fosse un danzatore, apre le gambe e con il tacco del piede destro tocca il pallone, deviando la traiettoria rendendola imprendibile per chiunque infilando il pallone sul secondo palo. Il gol è di una bellezza senza pari.

Per Florin come per Amantino è passato diverso tempo da quando venivano derisi e sembravano non avere futuro. Il loro animo era stato prima calpestato e poi guarito. Quella sera Florin, ormai diventato un assiduo frequentatore del bar dove lavora Dorina, dopo la partita che la Roma terminerà vincendo per due reti a zero, rimane in attesa che la ragazza stacchi da lavoro. Intanto Florin chiacchiera con i suoi nuovi amici della partita, e scherza con il proprietario del bar che lo ha preso in simpatia ed è contento che frequenti Dorina, Florin è un ragazzo sano e se la merita quella ragazza che lo riempie di fiducia.
Dorina quella sera è particolarmente eccitata e al tempo stesso nervosa, non per la Roma, aveva una notizia da dare al suo ragazzo.
E’ sera tardi e rientrano finalmente a casa dopo un’altra giornata di lavoro. Dorina non sta più nella pelle, è tesa, si comporta in maniera strana, diversa dal solito. Florin ormai la conosce e se accorge.
- Dori che hai? Sembri distratta da qualcosa-
Lei fa un sospiro enorme non sta più nella pelle, gli occhi color ambra le si colmano di lacrime e gioia – Ho fatto il test amore. Tra pochi mesi saremo una famiglia –

- Architetto, architetto, cosa ne pensa? Va bene così ? – si sente rimbombare dentro il cantiere di questa nuova palazzina in fase di realizzazione.
Alessandro è un bravissimo architetto, il migliore del suo corso. Lavora nella ditta del padre. Florin dopo anni di sacrificio ha realizzato il suo sogno, oggi è un imprenditore e costruisce palazzi che suo figlio, Alessandro, progetta.
- Ancora non riesco a credere che ti ho permesso di chiamare nostro figlio come quel giocatore della Roma – disse Dorina sorridendo e porgendo una tazza di caffè a Florin che le sta vicino mentre guardano il loro Alessandro dare indicazioni alla squadra di muratori su quali interventi eseguire.
Florin, ridacchia ascoltando la moglie. Muove lo sguardo verso di lei sorretto da un sorriso orgoglioso
- E’ stato il tacco di Dio –

Fonte: a cura di Vasco Maria Ciocci

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