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Buffa racconta: "La squadra più bella? L'ultima Roma di Totti e Capello"

condividi su facebook condividi su twitter 11-11-2016

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Buffa racconta:

PAOLO VALENTI - Incontro Federico Buffa nel foyer della Sala Umberto a via della Mercede, a due passi da Piazza San Silvestro, a due ore dall’inizio di una delle serate romane del suo tour che propone Le Olimpiadi del ’36, con date già programmate per i teatri di tutta Italia fino al 31 marzo 2017. Cordiale e disponibile come sempre, Buffa risponde alle domande accompagnato da una tazza di tè al limone in uno dei tavolini del bar del teatro. 

Federico, perché il passaggio dalla tv al teatro?
Perché per il teatro ho sempre nutrito una grande passione. Addirittura durante le assemblee del liceo, stiamo parlando degli anni settanta, scrissi le dieci cose che avrei voluto fare nella vita. In pratica sono rimasto a nove per buonissima parte della mia esistenza e finalmente ho finito la pagina, come le figurine.
Quindi la passione per il teatro ce l’hai sempre avuta.
Si, pensa che non ci volevo credere quando me l’hanno chiesto.
Mi sa che tutto quello che fai è dettato dalla passione…
Si, ho questo privilegio pazzesco. Al netto dell’avvocatura ma quella era la prosecuzione dei miei studi.
Infatti non eserciti più.
Esattamente dal 1993.
Tornando al teatro, perché la scelta è caduta sulle Olimpiadi del ’36 e non su un soggetto più “sicuro”, come avrebbero potuto essere i Mondiali dell’82?
Quando mi chiesero che cosa avrei voluto fare, pensai che sarebbe stata una cosa che mi sarebbe venuta più semplice di altre per i suoi aspetti non solo sportivi. I Mondiali dell’82 avrebbero avuto esclusivamente una componente narrativa mentre nelle Olimpiadi del ’36 c’è anche una parte che è drammaturgico-teatrale.


Il pubblico che viene a vederti a teatro è lo stesso che ti segue in TV o riesci a coinvolgere anche altri target?
Quelli che si fermano alla fine dello spettacolo fanno parte di coloro che mi hanno conosciuto grazie alla tv. Ma mi è capitato di andare in teatri dove il pubblico era sicuramente diverso, più “teatrale” in senso stretto. Penso allo Stabile di Torino a Moncalieri e soprattutto al San Carlo di Napoli. In altri casi, invece, è un pubblico da “curva”, quello che mi apprezza per avermi visto in televisione. 
Hai detto che hai il privilegio di fare le cose che ti appassionano. Ma cosa ti appassiona di più: lo sport, la musica o la storia?
Lo sport è il pretesto per arrivare alla musica e alla storia. E poi amo anche il cinema.
Hai viaggiato molto. C’è un posto nel quale non ti stancheresti mai di tornare?
Beh, avendo fatto più di centodieci viaggi negli Stati Uniti è ovvio che io tendo ad andare lì. Ma più passa il tempo, meno vado a occidente è più mi dirigo a est. Negli ultimi quattordici anni ogni estate sono andato in oriente. In ogni caso, i viaggi più belli della mia vita sono stati in Iran nel 2003 e in Perù nel 2012.
Cosa colpisce di più dell’Iran agli occhi di un occidentale?
La cultura ariana. Sono degli ariani, completamente isolati nel panorama dell’oriente e, impropriamente, del medio oriente. Non fanno niente per non continuare a dimostrare la loro diversità. Pensa che l’insulto che Saddam Hussein fece agli iraniani nell’imminenza del conflitto con Khomeini fu quello di chiamarli magi, proprio come Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, che con gli iracheni non c’entravano proprio niente. 
Il tuo modo di raccontare lo sport ha rappresentato una vera novità. Secondo te, questa diversa modalità narrativa può influenzare anche il modo di fare giornalismo oggi?
Io non mi sento un trendsetter nel modo più assoluto. Però mi è capitato di leggere decine e decine di tesi universitarie che sono basate su questo, sul cercare di andare a rileggere lo sport nel passato e non per forza stare sempre dietro alla dittatura del presente, dove quello che è successo oggi è successo oggi, quello che è successo ieri è storia e quello che è successo domenica scorsa è preistoria. Secondo me il principale problema è che si brucia tutto a una velocità spaventosa. Il mio maestro, Giordani, diceva che lo sport è attualità ma ai suoi tempi non c’era molto da dire. Adesso l’attualità è diventata esasperante. Secondo me, con così tanta attualizzazione, ti perdi il piacere dell’evento.
Viene a mancare lo spazio dell’attesa.
Esattamente. Un po’ come il gusto del Natale.
Andiamo più specificamente sul calcio. Sicuramente ricorderai quella frase pronunciata da Zeman una ventina di anni fa: il calcio deve uscire dalle farmacie e dagli uffici finanziari. Quanto sei d’accordo con quella affermazione?
Non è l’unico sport che ha quel problema ma è evidente che Zeman disse la cosa più fisiologica che si potesse dire sullo sport contemporaneo, che è ubriaco di soldi e madido di doping. E’ uno dei motivi per cui la storia delle Olimpiadi del 1936 è sinistramente attuale, in quanto si trattò palesemente di un caso di doping di stato: i tedeschi passarono da quattro ori a trentatrè e, complessivamente, collezionarono ottantasei medaglie.
Ricordi la tua prima volta allo stadio?
Era il 1965. Non so tu ma io non ho avuto libero arbitrio: mia madre non si è mai posta il problema che io potessi scegliere per chi tifare. La mia prima foto con la bandiera del Milan è del 1963, finale di Coppa dei Campioni con doppietta di Altafini. Due anni dopo ero allo stadio.
Quanto hai amato il Milan?
La passione ha varie gradazioni. Da piccolo io ci soffrivo in un modo… guardando adesso quanto ci ho sofferto provo tenerezza. Prova a immaginare dopo il 5-3 di Verona del 1973, tra l’altro ero lì: un vero trauma. Per farti capire: ho sofferto molto di più a Verona che l’anno della seconda serie B. Il Milan è una squadra che ti dà delle gioie incredibili e dei dolori tremendi.
Passando dai dolori alle gioie?
La più grande fu senz’altro il ritorno da Barcellona dopo Milan-Steaua del 1989. Durante la partita ero felice ma non riuscivo a capire. Il giorno dopo sull’autostrada francese, dove si scendeva ad ogni casello… forse il viaggio on the road più eccitante della mia vita.
E la Nazionale che ti ha emozionato di più?
Sicuramente quella dell’82.
L’Omero del calcio cosa pensa del calcio di Totti?
Mia madre aveva una sorta di altare per Rivera, una passione per lui incredibile: era una fan sfegatata. La capacità di Totti di giocare prima di ricevere la palla è la stessa che aveva Rivera. Anche Pirlo ce l’ha ma lui ha quasi sempre la faccia verso l’azione mentre Totti, e prima di lui Rivera, andavano incontro alla palla e giocavano alla cieca prima di toccarla: sono due modi diversi di giocare di prima. Non tutte le Rome, secondo me, hanno sfruttato al massimo questa sua caratteristica.
La squadra più bella che hai visto giocare?
La Roma di Capello che perse lo scudetto col Milan in quella famosa partita dell’Epifania del 2004 era una Roma incredibile. Emerson arrivò il giorno prima dal Brasile: nessuno lo scrisse ma si vide in campo, quando non riuscì a tenere sui sessanta metri uno come Rui Costa, che sicuramente non era particolarmente veloce. Rui giocò per Shevchenko che segnò il gol più importante di quella stagione. Ma la Roma del girone d’andata di quell’anno è la singola squadra che ho visto giocare meglio in Italia.
Più del Milan di Sacchi?
Per i miei gusti calcistici, si. Il Milan di Sacchi era una macchina di potenza atletica mostruosa, aveva degli uomini incredibili: Donadoni, ottimo mezzofondista, favoloso. Non si fermava mai e aveva due piedi eccezionali. Se poi aggiungi atleti del livello di Paolo Maldini, Rijkaard e Gullit, di fatto tre quattrocentisti, ottieni una squadra che aveva un livello atletico che il calcio italiano non aveva mai visto. Successivamente Capello costruì la Juventus di Vieira ed Emerson seguendo quel principio. La Roma non aveva quello strapotere fisico, tutt’altro. Ma giocava il più bel calcio d’uscita della palla dalla fase difensiva che abbia mai visto e naturalmente Totti giocava sempre alla cieca, sempre a memoria, faceva cose impossibili. In quel girone di andata la Roma faceva partite da 5-1: giocava un calcio favoloso.
Dove andrà il calcio del ventunesimo secolo?
Secondo me quello che è successo coi cinesi è stato molto sottovalutato. Voglio dire: non è un caso che fino ad oggi i cinesi non fossero riusciti a prendere una singola squadra di livello internazionale. Le cinque top inglesi sono tre americane, una russa e una quatariota; l’unica francese appetibile è quatariota; il Bayern, la Juventus, il Barca e il Real non le puoi toccare. Al vertice europeo, a questo punto, rimanevano trentasei scudetti e dieci Champions disponibili: queste le hanno prese i cinesi. Secondo me non ci si accorge realmente di quello che è accaduto e delle conseguenze che avrà, forse per un atteggiamento un po’ snobistico che abbiamo nei confronti dei cinesi. Primo: il derby di Milano a breve si giocherà a mezzogiorno per assecondare le loro esigenze. Secondo: ancora non ci si è resi conto di cosa voglia dire avere una proprietà completamente digiuna di calcio a diecimila chilometri di distanza. Ad esempio, può succedere quello che sta accadendo adesso all’Inter, dove le decisioni che vengono prese non sono guidate dagli obiettivi che la squadra deve perseguire ma dalle influenze decisionali delle diverse componenti societarie. Al Milan il rischio è ancora più elevato, perché c’è una proprietà diffusa e ai cinesi, che da quattromila anni sono i più grandi commercianti del mondo, non importa niente di centodiciassette anni di storia. Il problema è che l’anno prossimo il Milan non avrà in società un singolo uomo che potrà rappresentare quei centodiciassette anni di storia. E avrà la proprietà a diecimila chilometri di distanza e un amministratore delegato che è uno che viene dalla Juventus e dall’Inter. Che sarà anche un ottimo professionista ma, rifacendomi all’esempio inglese, a Pogba cos’è l’Old Trafford glielo spiegano un ottimo dirigente del Liverpool o Bobby Charlton e Ferguson? Il calcio non è un’azienda e basta. 
Quanto meno è un’azienda particolare.
Vero, il calcio non può essere commercializzato tout court: ha delle particolarità che non possono essere ignorate e deve necessariamente recuperare la sua anima romantica.

Manca poco più di un’ora all’inizio dello spettacolo. Studenti a ridosso della tesi di laurea aspettano ormai impazienti di poter parlare con Buffa. Capisco e decido di farmi da parte, anche se la conversazione con Federico potrebbe andare avanti per ore toccando qualunque tema, dall’Iran degli ayatollah all’elettorato di Trump per ritornare, con parabole probabilmente ardite, a quella distesa verde di centocinque metri per settanta che è per noi l’oasi alla quale non abbiamo mai smesso di guardare. E’ grazie a personaggi come lui che il calcio può ricordarsi, oltre gli uffici finanziari e le farmacie, di avere ancora un’anima romantica.

 

Fonte: a cura di PAOLO VALENTI

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