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Renato, dalla notte di Norimberga ad Abu Dhabi

condividi su facebook condividi su twitter 13-12-2017

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Renato, dalla notte di Norimberga ad Abu Dhabi

INSIDEROMA – PAOLO VALENTI - Sabato 16 dicembre, mentre la serie A vedrà scendere in campo per gli anticipi della diciassettesima giornata Inter, Napoli e Roma, ad Abu Dhabi il Gremio di Renato Portaluppi disputerà la finale del campionato mondiale per club, molto probabilmente contro il Real Madrid. L’ex calciatore della Roma, proprio in questi giorni, ha riacceso l’interesse dei media nei suoi confronti non solo per i buoni risultati ottenuti sul campo ma anche per le dichiarazioni, come sempre molto accese, relative a se stesso e al calcio italiano. Ne hanno scritto già in molti e qui non andremo a ripetere. Ci interessa di più, invece, tornare indietro di quasi trent’anni per ripassare, in chiave giallorossa, i suoi fugaci giorni trascorsi tra Trigoria e i locali di Roma
Annunciato come uno dei talenti più puri del calcio brasiliano, Renato arrivò in Italia con ridondanti squilli di fanfara: Viola e Liedholm puntavano molto sulle sue qualità tecniche, che andavano a rinforzare una squadra che l’anno precedente si era dimostrata inferiore solo al Milan di Sacchi e al Napoli di Maradona. Quell’anno (era l’estate del 1988) a Roma approdò anche Ruggiero Rizzitelli, giovane promessa del calcio italiano. I due arrivarono nella capitale per rinforzare un reparto offensivo che non avrebbe più potuto contare su Zbignew Boniek, arrivato a fine carriera, e Roberto Pruzzo, andato a spendere gli ultimi bagliori della sua vita calcistica a Firenze. Inoltre, la prima annata di Voeller non fu incoraggiante: tra infortuni e difficoltà di adattamento, quello che non era ancora diventato il Tedesco Volante aveva racimolato la miseria di ventuno presente e tre reti nel campionato 1987-88. Renato e Rizzitelli, sulla carta, garantivano prestazioni offensive d’eccellenza, a prescindere dalle possibilità di ripresa del centravanti teutonico.
In quell’estate di precampionato, Liedholm provò a realizzare il sogno di far coesistere i tre, chiedendo molti sacrifici ai centrocampisti e facendo affidamento sulle qualità di raccordo di Rizzitelli, mettendo in campo un 4-3-3 che, alla prova dei fatti, si dimostrò troppo permeabile agli attacchi degli avversari. Una preparazione atletica insufficiente e una mentalità dei giocatori non ancora pronta ad assimilare i movimenti dello schema che oggi va per la maggiore, portarono al naufragio di un progetto tattico che, per l’epoca, si rivelò una chimera.
L’annata fu tormentata, piena di alti e bassi. Ad essa mister Portaluppi contribuì occasionalmente ai primi (di fatto solo la notte di Norimberga in coppa Uefa) senza lesinare impegno nei secondi. La Roma, che alle soglie del nuovo anno era riuscita ad arrampicarsi in cima alla classifica, cedette di schianto alle prime suggestioni della corsa scudetto. L’atteggiamento irritante e inconcludente di Renato costrinse Liedholm a farlo accomodare sempre più spesso in panchina, ai margini di una squadra con la quale non era mai riuscito a costruire un feeling produttivo. D’altro canto Rudi Voeller era finalmente riuscito a mostrare il suo valore e Rizzitelli, seppur in difficoltà con l’adattamento alle aspettative della grande città, meritava più spazio per impegno e prospettive di crescita. Renato, ogni volta che veniva chiamato in causa, si perdeva nei tentativi di impossibili dribbling e velleitarie iniziative personali, completamente avulso ai concetti del gioco di squadra, emarginato da compagni che non ne amavano gli atteggiamenti.
Il finale di stagione fu amaro per tutti: la Roma subì la beffa della sconfitta nello spareggio per accedere alla coppa Uefa proprio per mano del grande ex, il bomber Roberto Pruzzo, che segnò l’ultimo gol della sua carriera proprio ai giallorossi. Il Barone Liedholm abbandonò la panchina, sulla quale anche Renato smise di annoiarsi facendo ritorno al Flamengo. Altri tempi, altre storie che in questi giorni sono riaffiorate nelle dichiarazioni di un Renato Portaluppi che nessuno, durante la sua permanenza romana, avrebbe mai immaginato nelle vesti di un tecnico di successo.

 

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